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Full text of "La prima tragedia"

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V Biblioteca Critica della Letteratura Italiana / 

diretta da FRANCESCO TORRACA 



FRANCESCO COLAGEOSSO 



LA PRIMA TEAGEDJA 



DI 



ANTONIO CONTI 



Nuova edizione aecreseiota 




IN FIRENZE 

O. e. SANSONI, EDITORE 
1898 



BIBLIOTECA CRITICA 



DELLA 



LETTERATURA ITALIANA 



DIBETTA 



DA 



FRANCESCO TORRACA 




IN FIRENZE 

a. e. SANSONI, EDITORE 

1898 



FRANCESCO OOLAGROSSO 



LA PRIMA TRAGEDIA 



DI 



ANTONIO CONTI 



Nnoya edizione aeerescinta 




IN FIRENZE 

G. C. SANSONI, EDITORE 
189» 

FKIMIED IN ITALY 




unì cP/jlTYl 






iTti- 



propbietì letteraria 



Firenze — Tip. O.'CBrJiesecolii e FiRli. 



La prima tragedia scritta da Antonio Conti fu il 
Cosare. L'argomento era vecchio: Pier Iacopo Mar- 
tello lo considerava come Io scoglio dei poeti tragici, 
e r avrebbe i)roposto volentieri a qualcuno dei suoi 
rivali. ^ 

Iacopo Grévin pubblicava il 1561 ^ in Parigi un 
suo Cesare, e nel discorso preliminare avvertiva che 
dalla tragedia del suo maestro Mureto, scritta in la- 
tino sullo stesso soggetto, egli aveva tratto alcuni 
sentimenti, e s' ingannavano quelli, che lo avevano 
creduto un plagiario.^ Il 1594 stampavasi in Verona 
« 

* Vedi la lotterà scritta in francese dall' Algarotti all'abate 

'-. Franchini, e premessa alla Morte di Cesare del Voltaire (Oeiivres 

. compìètes de Voltaire, t. II, p. 302, Basle 1784). 

y * 11 Cesarotti nel suo Ragionamento sopra il Cesare del si- 

.Jjz^Mor di Voltaire {Opere, voi. XXXIII, p. 308, Firenze mdcccx) 

ha per data della tragedia del Grévin il 1560; ma io ho seguito 

. :y il Quadrio {Bella storia e delia ragione d^ ogni poesia^ voi. Ili, 

p. 124, Milano mdccxliii), il quale cita con maggior precisione la 

edizione parigina. 

3 Al CoUischonn (Jacques Grévin s Iragòdie <fi Caesar y^ in 

^ ihrem Verkiiltniss zu Muret, Voltaire und Shaìcespeare^ Mar- 

burg 1880), dopo un minuto confronto delle due tragedie, resulta 

che i versi latini del Muret, tradotti a parola o liberamente in 

COLAOKOSSO 1 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 



il Cesare di Orlando Pescetti, che passa per la prima 
tragedia di tale argomento composta in italiano. Lo 
Shakespeare il 1601 scriveva il Giulio Cesare, ^ una 
delle sue « farse mostruose » più che tragedie, dice 
il Quadrio, « colle quali in iscambio di portar van- 
taggio all'Inglese Teatro, correggendone i difetti, 
egli lo condusse a totale ruina»:^ quella tragedia, 
più di un secolo dopo, era rifatta dal duca di Bu- 
ckingham. In Francia col titolo La morte di Cesare 
comparivano due tragedie, V una dello Scudéry nel 
1636, l'altra di madamigella Barbier, tradotta in versi 
italiani il 1724 da un monaco camaldolese. Lo stesso 
titolo aveva la tragedia dell' ab. Giovanni Biavi, edita 
in Napoli il 1722. Questi sono i predecessori del Conti 
a me noti: dopo di lui l'argomento grande e interes- 
sante continuò a piacere. Pier Paolo Carrara il 1727 
dava alla luce in Bologna il Cesare, e cinque anni 
appresso il Voltaire faceva rappresentare la sua Jforte 
di Cesare,^ nella ([uale, al dir dell' Algarotti, s'era 



francese dal Grcvin, son 200, e poiché, esclusi i cori, la tragedia 
del Miiret conta 35:3 versi e quella del Grévin 800, pili della metà 
dell'una rientra nell'altra. Concliiude il critico (p. 18): « Grcvins 
Stiick ist cine rlietorische Entwickelung des schou durcli und 
durcli rhetorischen Dramas des Muret ». 

^ C è chi la vuole scritta nel 1007, ma pare che essa risalga 
allo stesso auuo in cui fu composto V Amleto. 11 Dowden ha cre- 
duto di trovare una certa parentela di carattere fra Amleto e 
Bruto, e amendue li dice « squalified for action ^, cioè « inetti 
all'azione», come traduce liberamente il Rossi (Studi (ìnimnìa- 
ticif p. 2153, Firenze, 1885), il quale non seguo i' opinione del crì- 
tico inglese. 

2 Vedi op. cit., voi. Ili, p. 149. 

3 Avvertiamo che questa tragedia ò in tre atti. L' Algarotti, 
per giustificar la violazione del precetto oraziano : 

Xcre ìninoTy neu sii quinto prodnctior acfii 
Fabula, qnae potei vuU et spedata riponi. 



LA PIUMA TRAGEDIA DI ANTONIO COiNTI 3 



servito dello Shakespeare, come Virgilio dì Ennio. Il 
1733 era stampata in Vicenza la Congiura di Bruto 
di Sebastiano degli Antoni : T Alfieri il 1789 dedicava 
ai « generosi e liberi Italiani » i due Brutiy « tragedie, 
nelle quali, invece di donne, interlocutore e attore, 
fra molti altissimi personaggi era il popolo ». 

Di tutte ({uestc tragedie una e ammiratìssima, e 
due altre si ricordano e leggono ancora, non per veri 
l)rogi intrinseci, ma perché illustri poeti sono i loro 
autori. Kipescar nondimeno in tanto naufragio la tra- 
gedia del Conti non parrà fatica inutile a chi consi- 
deri, che un tempo essa fu ritenuta « una delle più 
nobili del Teatro italiano », ^ e che le osservazioni e 
i raffronti, a cui facilmente si presta, possono giovare 
alquanto alla storia della tragedia. 

1 

A un viaggio in Inghilterra il Conti dovette la 
risoluzione di calzare il coturno. In Londra il duca di 
Buckingham gli diede a leggere di suo il Celiare e 



(lice: questo precetto « dà Orazio per la commedia egualmente 
che per la tragedia. Ma se pur vi ha delle commedie di Molière 
di tre atti e non pili, e che ciò non ostante son tenute buone, 
non so perché non vi possa ancora essere una buona tragedia 
che sia di tre atti, e non di cinque » (Vedi la lettera scritta in 
italiano all'abate Franchini nel voi. cit. del Voltaire, p. 30Tj. 

^ Son parole del Cesarotti, il quale nel citato BagìoìKt mento 
scrive che il Cesare italiano dell'ab. Conti merita molto maggior 
considerazione del dramma dello Shakespeare, che «non lui verun 
merito né per l'invenzione, né per la regolarità, e l'artifizio della 
condotta». Vedi il bell'articolo dolio Scherillo sugli Ammiratori 
ed imitatori dello Shakespeare prima del Maìizoni {Nuova An- 
tologia, fase, del 16 novembre '92), in cui e' è pure un cenno del 
Conti e del suo Cesare. 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 



il Bruto, che non erano altro se non il Giulio Ce- 
sare dello Shakespeare diviso in due tragedie, e gli 
venne per giunta esaltando con ragioni si efficaci « la 
dignità del Cesare », che questo argomento fini per 
innamorarlo. ^ A giudizio del Conti si poteva trat- 
tare la morte di Cesare meglio che non fosse riuscito 
al duca inglese, il quale aveva cambiato scena alla 
fine di ogni atto, e fatto morire il dittatore nel se- 
nato, in presenza del pubblico. D' altra parte, lo Sha- 
kespeare aveva sulla coscienza un più grosso pec- 
cato, perché aveva violato nientemeno che tutt' e tre 
le unità drammatiche, facendo cader Cesare sotto ì 
pugnali dei congiurati nel terzo atto, e riempiendo 
il rimanente della tragedia coli' arringa di Marcan- 
tonio al popolo, colla guerra civile e colla morte di 
Cassio e di Bruto. La grandezza dello Shakespeare 
sfuggiva anche all'abate, che pur non aveva corta la 
vista. « Sasper, egli scriveva, è il Cornelio dogi' In- 
glesi, ma molto più irregolare del Cornelio, sebbene 
al pari di lui pregno di grandi idee, e di nobili sen- 
timenti »; e certo non scriveva bene, che dal Cornelio 
al Sasper ci corre, ma mostrava almeno molto miglior 



* Questa e altre notìzie sono tolte dagli scritti che precedono 
la tragedia nella edizione di Faenza del 1726. 

Il Buckingham fn di quelli che misero le mani nelle tragedie 
dello Shakespeare per semplilicarle e accostarle alla forma clas- 
sica, che anche in Inghilterra ebbe il suo culto, per influsso spe- 
cialmente del teatro francese. Le due tragedie {The tragedìj of 
Jttlìus Caesar e The tragedy of Marcus Brutus) ftirono pubbli- 
cate, dopo la morte dell' autore, nel 1722, e, per quanto si sappia, 
non furono mai rappresentate. Vedi le prime pagine dello scritto 
di Otto Mielck, John Sheffield Duke of liuclxinghmns Zireiteììang 
tiìid Bearhcitung des shaliespear esche )ì Julius Caesar ^ Halle a/S, 
1881). 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 



gusto di quel suo grande contemporaneo, che non ebbe 
ritegno di chiamar barbaro il poeta inglese. 

Mise mano adunque alla tragedia, ma a Londra 
non vi potè attendere lungamente, perché aggravato- 
glisi l'asma, di cui soffriva, fu costretto a tornare in 
Parigi, di dove nel 1715 era partito lasciando nel suo 
fervore una curiosa disputa intorno a Omero, suscitata 
da una strana censura che all' Iliade aveva fatta il 
de la Motte, e a cui aveva risposto madama Dacier. 
E al ritorno la disputa non era finita: sinanco nei 
caffè e nelle case private continuavasi a parlare di 
Omero, di madama Dacier e del signor de la Motte. In 
proposito del poeta greco si questionava anche della 
poesia in generale, se essa progredisse per opera della 
scienza, se fossero o no indispensabili il verso e la 
rima; ed erano appunto i Mottisti, che davano alla 
scienza il merito di far progredire V eloquenza e la 
poesia, e sostenevano clie in prosa si potessero com- 
porre con maggior eloquenza poemi epici e dramma- 
tici, odi, elegie, epigrammi, sonetti. ^ Al nostro abate 
non garbava né Tuna né l'altra opinione. Nel secolo 
decimosettimo, diceva egli, fiorirono in Italia i più 



1 11 Voltaire nella prefazione al suo Edipo (1729) combatte 
il de la Motte che voleva bandire le unità d'azione, di luogo e 
di tempo, chiamandole des principcs de fantaisie, e sostituire 
neUe tragedie alla poesia la prosa. Cosi, sappiamo che il de la 
Motte diceva la versificazione un travati mécanique et ridi- 
cule, e paragonava il Corneille, il Racine e gli altri poeti « à 
des faiseurs d' acrostiches, et à un charlatan qui fait passer des 
grains de millet par le trou d' une aiguille ». Egli non voleva la 
rima nella tragedia: « nos voisins, scriveva, ne riment point daus 
leurs tragédìes ». Il Voltaire stesso gli dava in certo modo ra- 
gione, quando molti anni dopo (1770) neir epistola Au Boi de la 
Chine metteva in ridicolo i due alessandrini « còte à cote mar- 
chants », uno dei quali serve per la rima e Taltro per il senso. 



6 LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 



grandi filosofi e i ])iù grandi matematici, e il Galilei; 
il Torricelli, il Borelli gettarono i fondamenti della 
filosofia sperimentale, ma il Marino e la sua scuola 
guastarono il buon gusto della letteratura. Sulla na- 
tura del verso, che Tab. Fraguier, scandolezzato di 
un' ode in prosa letta dal de la Motte all'Accademia, 
dimostrava necessario « per rendere più verisimili, e 
più magnifiche le poetiche fantasie », il Conti scrisse 
a lungo in una lettera francese diretta a una dama, 
l'he aveva criticato la Bagion poetica del Gravina. E 
anche prima di andare in Inghilterra aveva seguito 
con interesse la questione, « che divideva allora tutti 
i più begli ingegni di Francia»; anzi per profittarne 
s'era messo a studiare seriamente la poetica di Ari- 
stotile, il greco e la storia greca. 

Alla « favola del Cesare », ideata in Inghilterra, 
il Conti molte cose cambiò, e molte altre aggiunse ; poi 
si mise a versificarla, e in due mesi ne venne a capo, 
« lasciando a bella posta molte scene imperfette, perche» 
se nulla meritava la favola, poco importava che si 
compiessero i versi ». Lesse la tragedia a parecchi 
suoi amici italiani e francesi, e n' ebbe lodi ed esor- 
tazioni a perfezionarla. Compiute le scene, ne fece una 
seconda lettura in casa dell' ambasciatore spagnolo, 
alla presenza dell' ab. Kecanati, altro autore tragico, 
e del Bolli; ed ebbe nuovi applausi. Si sparse natu- 
ralmente per Parigi la fama della tragedia, e molti 
ne chiesero una copia al felice poeta: il quale non 
appagò nessuno, e diede V originale al cardinale Ben- 
tivoglio, nipote dello storico della Fiandra, i)er('hé si 
degnasse di criticarlo e di correggerlo. Sua Eminenza 
vi fece varie osservazioni di lingua, e voleva portare 
la tragedia in Italia, ove l'avrebbe pubblicata i)er le 
stami)e; ma il Conti pregò il Cardinale di lasciargliela 



LA PRIMA TRAGEDIA Dì ANTONIO CONTI 



aiìcora liniaiv, e, senìi)ro dubbioso di sé, ricorse al 
giudizio di altri dotti, come il uiareliese Orsi e il Giu- 
ratori, per ])rofittare delle loro osservazioni, che non 
mancarono. Si fecero indi della tragedia molte copie 
a mano, e alcune furono mandate in Inghilterra, di 
dove scrissero al poeta meraviglie. 

Pier Iacopo Martello, avuta notizia della tragedia 
dal cardinale, diresse una lettera al nostro abate per 
congratularsene e per indurlo a non lasciare un'opera 
<?osi utile pili lungamente sepolta. In Parigi egli aveva 
sentito il grande scienziato ragionar miral)ilmente del 
teatro francese e italiano, e non gli riusci strano il 
fatto che un matematico e filosofo, non più giovane, 
in*orom])esse ini])rovvÌ8amente in una tragedia. Il Conti, 
))atrizio veneziano, era per il Martello una nuova prova 
che la Serenissima fosse la vera patria delle tragedie 
e dei tragici. La Sofoìiisba del vicentino Trissiuo era 
stata un jn-imo insigne esempio, e rai»prcsentata al- 
lora por cura del marchese Scipione MaflFei, era i)ia- 
€iuta, se non più, al jìari d'ogni altra tragedia; V Astia- 
ììutfp del Gratarolo era nato nella deliziosa riviera di 
Salò; del padovano Si)eroni era la C anace, « una delle 
più passionate tragedie che in qualunque lìngua si 
vedessero»: Y Aristodemo del Dottori, celebre cava- 
liere padovano, aveva occupato con somma dignità 
« la tragica nicchia » ; andava per Y Italia la rino- 
manza delle quattro tragedie del cardinale Delfino, e 
gloria non conseguita mai per Y innanzi era toccata 
alla Merope del Maffei, patrizio veronese: aggiunge- 
vansi il nobil uomo Gio. Battista Eecanati, autore della 
JDemodice^ il Bissare, il Volpe e il Dottore degli An- 
toni, chiarissimi tragici vicentini i tre ultimi. Della 
ragione che avevano i veneti sulla tragedia italiana, 
giudicava il Martello prova ben riguardevole anche 



I 



8 LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 



il Torrismondo del Tasso, « che in Bergamo e in Pa- 
dova alla poetica vita nacque, e alle divine Muse edu- 
cossi », e r Ulisse del Lazzarini, che, benché nato al- 
trove, voleva « aver per patria quel luogo, dove era 
nata a risplendere la gloria sua ». E il catalogo delle 
glorie drammatiche venete poteva crescere nelle sue 
mani, se avesse parlato dei vari drammi del Cieco 
d'Adria, « più maravigliosi per essere da una fantasia 
concepiti, che dell'aiuto del miglior sentimento fu 
priva, che per sé medesimi », e delle versioni, fra le 
quali « notabilissima per purità continuata di stile » 
quella delY Edipo re del nobil uomo Orsatto Giusti- 
niano. Confessava poi il Martello di dovere il sette- 
nario doppio delle sue tragedie allo Speroni, che in 
settenari aveva composto per la maggior parte la 
CanacCj e al consiglio e all' assistenza del Conti i 
dialoghi sulla tragedia antica e moderna, che col ti- 
tolo d' Impostore videro la luce il 1715; anzi dal no- 
stro abate aveva avuto in Parigi incoraggiamenti a 
finir di pubblicare, ripassando in Italia, il suo teatro, 
A celebrare la nascita del Cesare era naturalis- 
simo che non mancassero i versi, e ne scrisse non 
pochi il Frugoni, il quale, mentre villeggiava col car- 
dinale Ben ti voglio nelle vicinanze d'Imola, aveva visto 
«l'altero tragico carme» dello «splendor deirantc- 
norea gente ». Se in grazia delle tragedie, a cui la Se- 
renissima poteva vantarsi d'aver dato i natali, il Mar- 
tello riconosceva nel Conti un continuatore d' una glo- 
riosa tradizione cittadina, in lui lodava il Frugoni 
l'italiano, che rintuzzava l'orgoglio alla Francia, che 
si credeva « sola del vero imitatrice esperta », e « le 
notturne scene altera passeggiava ». Hanno, noi nego, 
diceva il poeta, volgendosi alla Francia, 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 9 



tue Tragedie anch' esse 
Di che pregiarsi; né mia niente adombra 
Cieco livor, che te frodar del giusto 
Diritto di tua laude osi, e presuma. 
Sou nomi chiari i tuoi Corneli, e spesso 
L' Itale scene al tuo Kacine udirò 
Noi scioglier plausi, e batter palma a palma. 
Ma 'perché a i plausi nostri invida e muta 
Ti stai, né come vuol ragion rispondi? 



Ceda adunque la Francia superba « a le Italiche scend 
il primo onore », esclamava il Frugoni, abbandonan- 
dosi a un entusiasmo, che certo non vien giustificato 
dalla nostra tragedia ; del resto non e' è da fare le 
meraviglie, se nei versi di un arcade abbondi qualcuna 
delle figure retoriche. Non sappiamo, se il Conti com- 
mosso dal canto del poeta, che lo esortava a sodisfar 
« d'Italia il buon desir », si affrettasse a pubblicare 
la nobile tragedia « calzata di gemmato coturno ». 

A quelli, che in Parigi lo consigliavano di premet- 
tere al Cesare un coment ario, « in cui coli* e sposizione 
dell'artificio poetico della tragedia le altrui critiche si 
prevenissero », il nostro abate rispondeva che « i pregi 
di una tragedia debbon essere interni », e che se la 
sua « nell' orditura, o ne' caratteri, o nello stile era 
difettuosa, le apologie più sensate potevano bensi di- 
mostrare r ingegno e l' erudizione del Critico ; non mai 
correggere e migliorare la composizione del Poeta ». 
E non aveva torto, ma fini per scrivere la prefazione, 
perché non seppe resistere al « fino e sodo giudizio » 
di un tal conte Laudi, il quale gli osservava, «che 
l'arte e il gusto della tragedia non essendo comune 
in Italia, sebben eccellentissimi ingegni con molto 
applauso l'avevano fatto rinascere, era necessario in 
molte maniere risvegliar gl'Italiani; e che applican- 



1 



10 LA PRIMA TKAGEDIA DI ANTONIO CONTI 



do il precetto all'esempio, sì appianerebbe a* coniin- 
cianti la strada, e a perfezionarla si ecciterebbero i 
dotti ». 

Due cose priiicipalnieiite il Conti si propone di 
espovre nella sua prefazione, ebe in forma di lettera 
è diretta al cardinale Bentivoglio: in primo Inogo, 
])ercbc abbia cercato il soggetto della sua tragedia 
nella storia, e propriamente nella storia romana; poi. 
quali sieno i fondamenti e la tessitura della favola, 
quali i costumi, le sentenze e il parlare degli attori, 
cbe vi sono introdotti. In quanto al primo punto, co- 
mincia col dire die, i)roponendosi la tragedia d'imitare 
un'azione, questa imitazione, per riuscir grata, deve 
non meno istruire die dilettare, e cbe un'azione vera 
e molto i)iù atta a istruire e a dilettare di una inte- 
ramente favolosa. L'azione vera istruisce, ])erchó espo- 
nendo le cose quali sono state, contiene le leggi im- 
mutabili, con cui suol operare la natura, e die for- 
mano il soggetto della scienza utile agli uomini e agli 
stati: la favolosa, invece, fondata su certe combina- 
zioni, astrazioni e comparazioni della nostra mente, 
varia in proporzione della fantasia \nù o meno ga- 
gliarda di cbi inventa, e rappresentando le cose quali 
possono essere, non altro somministra ohi) una opinione 
incerta e indeterminata di nessuna utilità agli uomini, 
anzi «dannosissima all'arte della vita e alle vere 
massime degli stati ». Né ])cr altro viene a confondersi 
il soggetto della storia, die e il vero, con quello della 
tragedia, cbe è il verisimile; ])erché la tragedia accom- 
l)agna di motivi, di mezzi e di circostanze verisimili 
le cognizioni vere, a cui ricorre per istruire; e in 
questa tessitura consiste Parte del poeta, il («uale deve 
integrare il fatto storico, come Micbelangelo compi 
le proporzioni della statua ritrovata fra le rovine di 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 11 



Roma. L'azione vera diletta più della falsa, ed ecco 
come. Il diletto, che produco in noi la poesia « o sia 
r imitazione », nasce dal rapportare che fa l'anima 
nostra l'imitazione alla cosa imitata, dal comparare 
l'originale alla copia: « l'anima comparando ragiona, 
e ragionando sente la propria forza, la propria l)cl- 
lezza, e ne gode ». Ora, se com])arando ritroviamo in 
un termine della comparazione non altro che il ca- 
priccio e l'immaginazione dell'autore, lo disprezziamo 
come cosa che nulla contribuisce a dar posa ])er qual- 
che tempo a quella inquietudine, che ci agita conti- 
nuamente per la ricerca del vero. D'altra ])arte, il 
maggior merito del ])oeta sta neiroccupare e allettare 
l'anima nostra in modo da non lasciarle il tempo di 
pensare, che altri l'inganni: ma se ò già provenuta 
dall'idea dell' inganno, come potrà essa di l)Uona vo- 
glia abbandonarsi alle lusinghe dell'incanto, piangere 
e inorridire senza vergogna? 

Più ragioni consigliarono il Conti a scegliere per 
soggetto della sua tragedia un fatto della storia ro- 
mana: l'essere essa «più nota delle Barbare e delle 
Greche » ; il contenere usi, costumi e modi di pensare 
più vicini ai nostri; la copia degli scrittori di cose 
romane, per la quale è facile, « combinando le loro 
sentenze », individuare i caratteri dei personaggi tra- 
gici, e circostanziare in guisa gli eventi, che nulla 
manchi alla i)erfetta verisimiglianza. E in quella storia 
la morte di Cesare « forse più d'ogni altra commuove, 
sorprende, istruisce e per la qualità del personaggio 
che muore, e per la qualità di coloro, che cospirano 
alla sua morte, e per le circostanze del tem])o nel 
quale l'uccidono». Quanta parte vi avesse il duca di 
Buckingham in questo ragionamento, che menò il Conti 
alla scelta dell'argomento, e impossibile indagare; ma 



12 LA PKIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 



si è nel vero, se si ritiene, che l'avrebbe fatto anche 
senza l'aiuto dell'amico inglese. 

A volere la tragedia storica, a volere che il poeta 
tragico fosse fedele alla verità dei fatti, dovè il nostro 
abate essere persuaso dall' esempio e dai precetti del 
Gravina, il quale chiamava romanzeschi i caratteri, 
di cui vedevansi mascherati nelle più applaudite tra- 
gedie dell' età sua gli antichi romani. ^ Erra chi af- 
ferma che il Manzoni fu il primo a studiare profon- 
damente il soggetto drammatico nel rispetto storico: 
prima c'era stato per l'appunto il Gravina, al quale 
per scrivere le tragedie di argomento romano era oc- 
corsa la lunga e continua scorta « non solo dell'istorie 
delle lettere e dell'orazioni latine, ma delle romane 
leggi ancora, che scuoprono i lineamenti più fini del 
costume e le fibre più interne del governo romano, il 
quale senza la giurisprudenza, per entro la sola eru- 
dizione assai grossolanamente e confusamente si rac- 
coglie ».2 Può anche dirsi che il Gravina precorresse 
il Manzoni nel bandire dalla tragedia gli amori, i 
quali riempivano talmente il teatro da togliergli ogni 
varietà. Compare, scrive l'arguto calabrese, « in scena 
una schiera di paladini, che riscaldano l'aria coi so- 
spiri, ed ascondono il sole col lampo delle loro spade; 
ed alla presenza delle loro signore allagano il teatro 
di lagrime, ed assordano gli spettatori con lo strepito 
delle lor catene, che si tiran dietro per entro la car- 
cere ; donde poi alla fine vengono contro ogni speranza 
loro, e contro ogni ragionevole opinione altrui, con- 
dotti ad un felice sposalizio ». ^ E di amori non meno 

* Vedi nelle Pi'ose di Gianvincenzo Gravina, Firenze 1857, 
il cap. XVIII del libro sulla Tragedia, 

2 Vedi op. cit, p. 177. 

3 Vedi op. cit, p. 180. 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 13 

deir italiano abbondava il teatro francese. Il Conti non 
isapeva quanto all'idea perfetta della tragedia potes- 
sero convenire gli eroi soverchiamente amorosi e i 
soverchi confidenti, che si avevano nel teatro fran- 
cese; e V Atalia del Bacine era per lui, e poteva es- 
sere anche per gli altri, una prova evidente, che senza 
amori e senza confidenti siasi in grado d'istruire gli 
spettatori e di farli piangere. Il Voltaire ricorda, che 
in una tragedia francese dei suoi tempi si rappresen- 
tarono Cesare e Bruto innamorati e gelosi. ^ Anche i 
tragici inglesi facevano, ad esempio dei francesi, so- 
spirare d'amore i loro personaggi, introducendo sulhi 
scena il romanzo: il Cafone dell' Addison, che si ri- 
tiene la prima tragedia regolare degl' inglesi, era con- 
taminato da un episodio amoroso. 

Il Conti s'era messo a scrivere il suo Cesare con 
una profonda conoscenza delle regole da seguirsi da 
un tragico, ed ha l'aria d'un guerriero, che entra in 
lizza ad affrontare l'avversario dopo aver provato a 
una a una le sue armi, e sapendo, come meglio non 
si potrebbe, l'uso che deve fare di ciascuna. Ma 
combatterà bene? uscirà vittorioso dalla lizza? Se ba- 
stasse la conoscenza delle regole, le tragedie del Gra- 
vina avrebbero avuto altra sorte, e il Lessing, che 
nella sua Drammaturgia cV Amburgo mostra una fi- 
nezza di giudizio e un'esperienza di tutti i secreti 
dell' arte drammatica, quali non è possibile trovare in 
altro critico, per quanto acuto sia, occuperebbe uno 
dei primi posti tra gli scrittori drammatici. Vogliamo 

' E appunto la citata tragedia di madaraigeUa Barbier, che 
fu scritta, come afferma il Voltaire, colla collaborazione di uno 
€ des plus beaux géuies de France ». La tradusse in italiano, 
sotto il nome finto di Giuseppe Mauro, il monaco camaldolese 
Bonifazio Collina, pubblico professore di filosofia in Bologna. 



14 L.A. PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 



adilentrarci ancora un poco nella poetica del nostro 
abate ? Certamente non piccolo merito egli ha nel non 
essersi cacciato, come i più facevano, dentro le favole 
greche, nel non aver rimesso sulla scena un figlio 
smarrito, una madre uccisa dal figlio, un fratello in- 
cestuoso. Ai suoi tempi non si credeva esserci materia 
tragica senza qualche cosa perduta e poi ritrovata, 
sen/a personaggio obliato e poi riconosciuto.^ Si sa- 
peva che Aristotile aveva dato come esempio perfetto 
di tragedia ravcllupix.ita V Edipo di Sofocle: bastava 
({uesto, perche di nuovi Edipi se ne foggiassero a cen- 
tinaia, e si venisse riempiendo il teatro di stravaganze 
e mostruosità. Il Voltaire cominciò con un Edipo, e 
fu applaudito. Dar posto al vero nella tragedia, svol- 
gervi un' azione nobile e grande senza guastarla con 
mere possibilità e con verisimiglianze avviluppate e 
remote, ecco quello che volle il Conti. 

E senti tutta la dignità del soggetto, che aveva 
tra mano. « La convenienza, egli scriveva, è la prima 
regola della poesia, e d' ogni altra composizione », e 
per convenienza .s'intenda il dare al soggetto quello 
che gli ò proprio. Cesare dev'essere Cesare; bisogna 
farlo parlare e agire come dalle migliori fonti storiche 
si rileva che parlasse e agisse. Ma il poeta tragico 
non devo rimanere incagliato nella materialità dei 
fatti, quando rappresenta i caratteri delle persone. 
11 Conti distingue i caratteri in ideali e naturali. «Il 
carattere ideale ò immutabile nella sua spezie, uni- 
forme sempre a se stesso e spinto all'eccesso; e ci fa 
vedere gli uomini estremamente buoni, o estrema- 
mente malvagi. Il carattere naturale dipende da molti 
e vari principi; e la virtù, e il vizio gareggia in esso 

' Vedi Gravina, o^j. cit.^ p. 158. 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 15 



secondo il valore, e le circostanze degli oggetti esterni, 
che spesso obbligano loro mal grado gli uomini a ce- 
dere al tempo, o ali* impressione del pi A forte ». Il 
carattere di Ciro in Senofonte e quello di Socrate in 
Platone sono ideali; naturali, invece, quelli riferiti 
dagli storici, e « particolarmente nelle vite degli uo- 
mini, ove si distinguono lo circostanze più minute delle 
azioni umane ». 11 carattere tragico, dice il Conti, tiene 
il mezzo tra l'ideale e il naturale o storico: come 
r ideale, esso « assume un punto e un centro, che si 
chiama la passione dominante », e come lo storico, 
modifica, abbellisce e varia codesta passione. « Il punto 
o il fondo, su cui si tesse il carattere, è ciò che ne 
fa l'unità; ma questo non toglie la varietà dei senti- 
menti. Cosi in quadri differenti si ravvisa lo stesso 
volto, allorché il pittore ritenendo sempre le medesime 
proporzioni nelle fattezze, varia solo gli atteggiamenti 
e le tinte ». Vi sono poi più caratteri nella tragedia, 
ma uno si mostra e colorisce meglio degli altri, ed e 
quello che le dà il nome: non altrimenti che in un 
quadro vi è una figura principale, a cui come nel cen- 
tro terminano gli sguardi degli spettatori. L'artifizio 
del poeta, dice il Conti, ò di riferire al principale 
tutti gli altri caratteri in modo da ottenerne un eff'etto 
d'interesse, che « nella poesia, come nella i)itturn, e la 
parte più considerabile ». La gradazione dei caratteri 
«dipendo dall' intelligenza de' gradi delle passioni, 
delle virtù, de' vizi, de' temperamenti», come «la gra- 
dazione dei colori dipende dall'intelligenza delle loro 
commissure, e dei passaggi della luce, e dell'ombra ». 
« Per render più perfetta l'armonia de' caratteri, con- 
viene alle volte spingerne uno all'eccesso ». Con ciò il 
Conti non s'opponeva al Gravina, il quale vietava che 
nei personaggi la virtù e il vizio fossero spinti all' ce- 



16 LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 

cesrso, per non essere gli uomini né estremamente buoni 
né estremamente cattivi : il Conti considerava la com- 
posizione di tutti i caratteri insieme, nella quale è ve- 
risimile che s'incontrino uomini di varia specie; il 
Gravina, la composizione d'un sol carattere, che deve 
essere sempre di mezzo tra l'ideale e lo storico. 

È ormai tempo che ci facciamo a esaminare la 
tragedia, oggetto del nostro studio. 

II 

Comincia il primo atto coli' incontro di Bruto e 
Cassio dopo i giuochi lupercali, nei quali Antonio, 
correndo ignudo, ha asceso i rostri, e baldanzoso of- 
ferto al dittatore il diadema regale. Bruto non e' è 
stato, e Cassio gli racconta la vile scena del console 
ubbriaco e unto, che s' inginocchia davanti a Cesare 
per incoronargli il calvo capo, il tumulto della plebe 
e il rifiuto di Cesare, che grida, respingendo Antonio: 
io non son re, son Cesare. Bruto domanda che ne 
pensano gli amici, e Cassio risponde, che dopo i giuochi 
hanno rinnovato il giuramento di uccidere il tiranno 
nel senato. 

Altro non resta, 
Se non che Bruto nel Senato vegna, 
E col senno, e col ferro, e colla voce 
Ardir, coraggio, e autorità c'inspiri, 
E Roma e '1 Mondo a vendicar ci aiti. 

Ma Bruto non sa risolversi d'uccidere Cesare: 

Ed io sarò della sua morte a parte, 

Io, che qual figlio, e qual compagno egli ama? ^ 

^ Lo stesso pensiero assale Bruto nel secondo atto del Cesare 
«lei Bnckingiiam: 

can I cali 
Myself his Friend, and yot consent to kill hiiuV 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 17 

Alla vigilia dell* uccisione di Cesare ci sorprende co- 
desta incertezza di Bruto, che nella propria casa ha 
pur presieduto le riunioni dei congiurati. Al racconto 
vivace dei giuochi lupercali non si è gran che riscal- 
dato, e quando Cassio gli addita, tra la folla tornante 
da quei giuochi, il pontefice Cotta al fianco di Cesare, 
€ dice elle e* è da aspettarsi nuove cose, egli non vuol 
dubitare della pietà del pontefice. Ma Cotta lo disin- 
ganna col fatto, che, comparso sulla scena in mezzo 
a flamini e soldati, offre a Cesare la corona, che ha 
sdegnato di ricevere dal console. Cesare la rifiuta anche 
questa volta, e incarica Bruto di consacrarla a Giove. 
Licenziati gli altri, il dittatore resta con Bruto e 
Cassio, ai quali annunzia quel che proporrà ai sena- 
tori nella futura assemblea, di muover cioè guerra ai 
Parti per non lasciar Crasso invendicato. Cassio gli 
fa osservare che tutti han creduto finora di poter 
riposare dopo tante fatiche, e che troppe difficoltà 
presenta, la spedizione contro un popolo, la cui arte 
di guerreggiare è ignota alle legioni romane. Cesare 
risponde di non temere, e che da antichissimi oracoli 
il mondo è stato promesso in premio a Eomolo e ai 
suoi figli: conquistato il mondo, altro egli non chiederà 
agli dei che di passar felice la vecchiezza come pri- 
vato cittadino. Bruto e rimasto in silenzio durante il 
dialogo, non sempre calmo, tra Cassio e Cesare. 

Sia da Giove il principio. Vanne, o Bruto, 
A coronarlo, 

dice il dittatore allontanandosi. 

Questa terza scena del primo atto e poco naturale. 
Qual necessità c'era clic Cesare di proposito infor- 
masse Bruto e Cassio di quel che V indomani avrebbe 
detto in senato? Ingiusti poi sono i timori di Cassio 

COLAOBOSSO 2 



18 LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 

suir esito della spedizione contro i Parti. Tanto nella 
Morte di Cesare del Voltaire, ^ quanto nel Bruto se- 
condo dell'Alfieri, Cesare parla di quella spedizione, 
ma ai senatori : gli si oppongono Cassio, Bruto e altri, 
ma nessuno osa dubitare, che a un capitano come Ce- 
sare possa toccar la sorte di Crasso. Da questa di- 
chiarazione di Cesare di voler andare contro i Parti 
pigliano le mosse il Voltaire e TAlfieri, anzi nelle 
loro tragedie piglia le mosse la congiura stessa, la 
quale rapidamente, nel volger di poco tempo, si or- 
disce e mena a compimento: con quanta poca verisi- 
miglianza, ò facile vedere.^ Certo fu più accorto il 
Conti, che aveva ragionato nel seguente modo : o si 
suppone la congiura tutta ordita, e allora si toglie 
all'azione tragica quella sospensione, «che è neces- 
saria per darle ampiezza, e cagionar diletto»; o la 
congiura si va successivamente formando, e in tal caso 
l'azione non è più verisimile, perché in ventiquattro 
ore, quante ne concede la regola, non si trama ed 
esegue una congiura di molte persone: per evitar 
quindi l'inverisimile, e non perdere il vantaggio della 



1 II Cesarotti s' iuganna nel credere, che nel Voltaire Cesare 
parli in sua casa ai senatori: T unità di luogo, tanto rispettata 
dal tragico francese, se n'andrebbe colle gambe air aria. 

2 11 Collischonn (p. 31 e seg. dell' op. cit.) dimostra che \\ 
Voltaire nella composizione della sua tragedia segui il Grévin. 
Nota pure (p. 33) : « Es heben sich klar und deutlich, wie bei Gré- 
vin, so bei Voltaire zwei mit der Priizìsion einer Doktrin formu- 
lirte Grundgedanken, welchen der Stoff nur als Unterlage dient, 
ab. Einraal, Verherrlichung der republikanischen Strenge und 
Thatkraft, dann der Gedanke, die monarchische Herrschaft ist 
fiir Rora geschichtliche Nothwendigkeit geworden und muss des- 
shalb trotz der Tugend der Republikaner die Oberhand behalten ». 
Mi pare poco concludente il Collischonn (p. 44 e segg.) ne' riscontri 
fra alcuni passi del Grévin o del Muret e altri dello Shakespeare» 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 19 



sospensione, bisogna immaginare che la congiura siasi 
già fatta in parte. Il Conti finge che Cassio abbia 
ordita la congiura e non manchi per eseguirla che il 
pieno assenso di Bruto, senza del quale non potreb- 
bero i congiurati « giustificar, l'impresa appresso il 
senato, e il popolo, e palliarla col nome della pubblica 
libertà ». E dall'incontro di Cassio e Bruto dopo i 
giuochi lupercali la tragedia principia ottimamente, 
e vi si sente l'eco lontana di quella scena mirabile 
dello Shakespeare, in cui, andato Cesare come in 
trionfo a quei giuochi, Cassio si avvicina a Bruto per 
scrutarne l'animo, e gli basta che Bruto alle grida di 
evviva udite di dentro riveli il suo timore, che il po- 
polo elegga re Cesare, per cominciare a suscitare in 
lui l'odio contro il tiranno, e quegli applausi, che sì 
vanno ripetendo, giungono come un felice rincalzo al 
caldo discorso del congiuratore. Nelle tragedie dello 
Shakespeare e del Conti è Bruto il prezioso metallo 
che Cassio lavora, ma il Conti prolunga troppo l'incer- 
tezza del fiero romano, il quale, invece di rendersi sem- 
pre più saldo nella decisione presa di uccidere il ti- 
ranno, pencola, e se per poco sente fare a Cesare qual-^ 
che lusinghiera dichiarazione, subito si muta, e non 
vuol più saperne di metter mano al pugnale. 

Nella tragedia del Conti la proposta di Cesare di 
combattere i Parti dà luogo a una discussione tra 
Cassio e Bruto. Questi inclinerebbe ad aver fede nel 
dittatore, che si mostra disposto a vivere come privato 
cittadino, ed ha due volte rifiutato la corona; Cassio 
al contrario è d'avviso, che sia tutto un inganno, e 
non possa imitar Siila chi ha in cuore più d' un Mario 
e d*un Tarquinio. Ma se tra i pericoli della nuova 
impresa non è difficile che Cesare, vecchio e infermo, 
muoia di disagio, perché, domanda Bruto, vogliamo, 



20 LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 

aflfrettaudogli la morte, esporre la repubblica a una 
guerra civile ? A questa e ad altre obbiezioni Cassio ha 
pronta la risposta, e deridendo gli scrupoli religiosi 
di Bruto e le stoiche fole, osserva che il tempo passa, 
e gli amici ed essi stessi sono in pericolo, se si scopre 
la congiura. E le ore sono contate anche al nostro 
abate, che se Cassio teme che si sventi la congiura, 
egli corre il rischio di dar di cozzo nell'unità di 
tempo a scapito dell'ufficio assunto di poeta dram- 
matico: anzi del tempo egli vuol far cosi buon uso 
da cavarsela anche con meno di ventiquattro ore, che 
gli sono concesse, ed avere il piacere di presentare 
un risparmio di alcune ore, come un Ministro in tempo 
di economie è lieto di presentare al Parlamento il suo 
bilancio ridotto di più milioni. Meglio avrebbe fatto 
Bruto a non. discutere. 

E non discute nella tragedia dello Shakespeare. 
Nella quale, quando Cassio parla di Cesare, e ne ri- 
leva le debolezze, e lo mostra uomo pari agli altri, non 
avente nessun diritto di comandare al mondo. Bruto 
ascolta in silenzio, e alla fine si riserba di riflettere 
su quanto gli ha detto l'amico. Quel discorso non è 
la pietra, che cade in un' acqua tranquilla, e tutta la 
sconvolge; Bruto noiv era in pace con sé stesso, ed 
ora in quel discorso sente chiara e forte la voce di 
alcuni opposti pensieri, che da un })ezzo lottano dentro 
di lui. Perché dirtcutere con Cassio? Nell'anima sua 
rugghia la ribellione a chi vuol farsi tiranno, e se 
l'antico amore per Cesare non è spento, tocca a lui 
solo vedere, quale de' due sentimenti debba trionfare. 
« N^on vorrei essere incitato di più »,^ dice a Cassio ; 



1 Atto T, se. IT: ] 

1 would noi ... ' 

lìe any further mov'd. 



LA PKLMA TKAGEDJA DI ANTONIO CONTI 21 



e in queste parole mirabilmente sì manifesta la na- 
tura buona di chi vuol conservare tutta la calma per 
esser sicuro di non incannarsi nel proprio giudizio. 
Dopo il colloquio con Cassio, Bruto nel veder Cesare 
che se ne torna triste dai giuochi, tira per la tunica 
Casca di tra la folla, e gli domanda la causa di quella 
tristezza: non si contenta di un accenno delle cose 
seguite, ma vuol saper minutamente, come sia andato 
il fatto dell'offerta della corona, e tutto intento a 
raccogliere nuove prove del pericolo, che corre l'amata 
repubblica, non prorompe in esclamazioni, non fa con- 
siderazioni. 

Lo Shakespeare ci presenta vivo davanti il con- 
trasto degli affetti nel cuore di Bruto, e i suoi passi 
verso la decisione d'ammazzare il tiranno li rileva cosi 
bene, che quando la decisione vien presa noi non dubi- 
tiamo che il congiurato possa più tornare indietro: 
siamo alla conclusione di un rigido sillogismo. Xel 
Conti si ha come l' ossatura di qualche scena dello 
Shakespeare, ma neppure una particella della vita 
che vi circola. Bruto nella tragedia italiana ha tanto 
tempo per risolversi, quanto su per giù ne ha nella 
inglese, e pure ci accorgiamo, che in questa gli basta, 
in quella no : fatto curioso, che viene spiegato dal 
modo tenuto dai due poeti nel rappresentarci il per- 
sonaggio. Il Conti espone i fatti che devono indurre, 
e inducono Bruto ad accogliere la proposta di Cassio, 
ma il moto progressivo che ne ricevono le sue idee e 
i suoi sentimenti, gli sfugge, o lo trascura: in lui, si 
direbbe, c'è lo storico, non il poeta drammatico. Come 
nel fecondo terreno, che è l'anima di Bruto, il seme 
che vi gettano i fatti del giorno, germogli subito, e cre- 
sca in folta pianta, vien mostrato nello Shakespeare: 
Bruto, non cacciandosi, come avviene nel Conti, in 



22 I.A PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 

questa o quella faccenda, ma riconcentrando tutto i 
BtesHO in un pensiero solo, di cui deve acquistare pi| 
fonda convinzione, può prendere la sua risoluzione f 
uno spazio non lungo di tempo. ' 

Tra le più belle scene della tragedia inglese soW 
le prime del secondo atto. Bruto, non potendo prender^ 
sonno, si leva di letto, e va nel giardino a osservai 
il corso delle stelle per arsuirue quanto mancH ! 
giorno. Il suo pensiero è fisso nella brama che 
Cesare d'incoronarsi, ma ormai egli è giunto a pei 
suadersi, che, per impedire al serpe, ancor chiuso ng 
l'uovo, di crescer tristo a suo talento, aia meg 
ciderlo nel guscio, Sopragginngono, e il momento nJ 
pnò essere più opportuno, Cassio e i suoi compagi 
ineappuceiati e coi volti nascosti nei mantelli. I cai 



' Un critico tedesco avverte, che dal primo ni secondo i 
della tragedia di Sbakespenre deve passare almeno i 
mese, e la scena della congiura nel secondo atto non ba taog 
come si potrebbe credere, q^uel domani, cbc, nel primo, I 
aveva fissato per un nuovo colloquio (^on Cassio. Avverte piq 
che il Theobald, nella sua edizione del Giulio Cpsnre, ha n 
che la festa de' Inpercali, io cni si svolgono le prime acene del 
tragedia, ricorreva in febbraio, mentre il secondo atto si r 
ace alla mattina del 15 marzo. L'abbaglio del critico ted 
non poteva essere pid solenne, e c'è da maravlglim's], eomefl 
aleno celati ai suoi occhi tanti riscontri tra il primo atl 
CDudo, i quali attestano, che l'azione accade in dae giorni oofl 
secutìvi. Eccoli. Nel primo atto Cassio, andato via Bruto, 
tra sé di voler gettare la aer:i sulle finestre di lai scritti ina 
tanti alla coiiginrn; e nel secondo atto Bruto, verso la mattigf 
riceve dal servo un foglio snggellato, rinvenato sulla finestra 
lo legge. Lo legge al chiarore de' lampi che ancor guizzano n 
r aria dopo una notte tempestosa, che è proprio quella delle i 
tlme scene del primo atto, e che, nel secondo, Cesare afi'erma I 
avergli turbato il sonno. Ncll'allinia scena del primo a 
riferisce a Ciissio la voce, die l' indomani i senatori eleggerti 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 23 



giurati dello Shakespeare non somigliano a quelli del 
Conti, del Voltaire e dell'Alfieri, i quali hanno il 
sangue freddo di radunarsi in pubblico e prendere i 
loro accordi, come se gli altri romani non avessero 
occhi per spiare e orecchi per sentire. I più impronti 
però sono i congiurati del Conti, che decidono d'ucci- 
dere Cesare proprio innanzi all'atrio della sua casa, e 
lo spettatore teme per loro che da un momento al- 
l'altro non esca. fuori qualcuno a sorprenderli. Con 
quanta verità lo Shakespeare ci rappresenta la congiura! 
Questa adunanza in casa di Bruto nell'ultima ora della 
notte e Tunica adunanza dei congiurati; è Tatto solenne, 
con cui Cassio, anima della congiura, corona l'opera sua 
di preparazione: gli mancava l'assenso di Bruto, che 
aveva voluto riflettere posatamente sulla condotta di 
Cesare, ed ora egli T ha avuto. Dalla storia sappiamo 



bero Cesare a re; e difatti nel secondo atto Decio annunzia al 
dittatore, che il senato decise di dargli quel giorno la corona. 
Il I atto finisce colle parole di Cassio, che dà fretta a Casca, 
perché la mezzanotte è passata, e prima che aggiorni, devono 
andare nella casa di Bruto; e però, se in principio del secondo 
atto questi li riceve insieme con altri congiurati, non è scorsa 
una quindicina di giorni, ma appena qualche ora tra i due atti. 
All'errore del critico tedesco, che è il Mielck {pp. cit., p. 13 e 
seg.)» fa buon viso il Kreutzberg, il quale nel suo scritto BruUis 
in Shalcespcares Julius Caesar, Neisse, 1894, p. 10, crede di am- 
mettere queir intervallo di mezzo mese, per meglio spiegarsi il 
cambiamento di spirito avvenuto neir onesto romano. 

È vero che i lupercali si celebravano di febbraio, ma lo Sha- 
kespeare da quanto scrive Plutarco in principio della vita di 
Antonio non aveva rilevato l'intervallo di tempo tra i lupercali 
e gV Idi di marzo, e avendo letto che in quelle feste fu offerta 
a Cesare la corona, e che ciò maggiormente confermò Bruto 
e Cassio nel loro divisamento, avvicinò senz'altro i due fatti, e 
tenne il secondo come effetto immediato del primo. L'errore cro- 
nologico non fu avvertito né dal Buckingham, né dal Conti. 



24 LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI . 

che non ci fu giuramento né sacrifizi: di questa noti- 
zia lo Shakespeare si giova per mettere in pid bella^ 
luce il suo Bruto, il quale dice ai congiurati di dargli 
tutti la mano, ma non vuole che giurino, perché hanno 
da giurare i sacerdoti, i vili, i fraudolenti, i vecchi, i 
deboli, ma la loro santa causa e Tardorc indomito dei 
loro spiriti sarebbero macchiati dal pensiero che ci 
fosse bisogno di un giuramento. Un formale giuramenti 
e' è nel Voltaire, e nell'Alfieri Bruto giura due volte. ^ 
Nella tragedia del Conti, dopo la breve discussione 
con Cassio, di cui abbiam parlato, Bruto va a com- 
piere la cerimonia impostagli da Cesare. Viene in scena 
Albino, altro congiurato. Cassio gli dice che 

Per soverchia virtù Bruto delira, 
E Ciceron la sua viltà gl'imparte, 

e che è stanco di adularlo. Albino gli raccomanda di 
non disperare e di fidarsi di Porzia, che aspira a ven- 
dicare il genitore: crede, per altro, molto dannoso nelle 
grandi imprese cambiar capo, e che il nome riverita 
di Bruto riesca sopra tutto a tenere stretti i sessanta 
congiurati. Il Conti, in questo punto, danneggia due 
caratteri. Bruto veramente è già uscito alquanto mal- 
concio dalla discussione con Cassio; ma più forte colpo 
riceve dalla poca stima, che mostrano d'aver di lui 
Cassio e Albino, perché l'uno ne vorrebbe far di meno^ 
l'altro riconosce il credito del nome, ma ha ritenuto 
necessario di rivolgersi a Porzia per più aizzar l'uomo 
contro il dittatore e averlo più fedele congiurato. Colla 
sua diffidenza poco ci guadagna anche Cassio, a cui 
non doveva mai venire in mente di poter far di meno 
di Bruto, riconosciuto indispensabile da tutti i cougiu- 

1 Vedi la II scena del IV atto. 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 25 

rati; lp.vorare quel prezioso metallo era il suo compito, 
e, come uomo accorto, doveva persistervi senza stan- 
carsi. Lo Shakespeare comprese perfettamente il ca- 
rattere di Cassio, di quel romano pallido e scarno, che 
faceva paura a Cesare. « Egli pensa troppo, dice ad 
Antonio il dittatore, nello scorgere Cassio tra la folla 
tornante dai giuochi : tali uomini sono pericolosi ». ^ 
Lo Shakespeare non lo fa violento e impaziente: in- 
vece nella tragedia del Conti quella notte appunto, 
se Albino non lo sconsigliasse, egli darebbe fuoco al- 
Vaitreo albergo per far morir Cesare tra le fiamme, e 
Albino stesso nei lupercali, ali* offerta della corona, 
dovette trattenerlo, che voleva correre a trucidare sui 
rostri console e dittatore. Poco prudente anche appare 
Cassio per quanto dice ad Antonio, che si presenta in 
scena, allorché Albino entra in casa di Cesare per 
sapere da lui, se il di seguente andrà al senato; e 
pure Albino gli ha raccomandato d' infingersi. Pensa 
poco, come si vede, il Cassio del nostro abate : la sua 
condotta non è propria d'un congiurato, che sempre 
in sospetto, alla vigilia specialmente dell'opera sua, 
deve circondarsi di tutte le precauzioni, e non destare 
in chicchessia il menomo dubbio. Non sappiamo poi 
spiegarci perché Albino vada a fare quella domanda a 
Cesare, il quale, esponendo a Cassio e a Bruto ciò, che 
dirà al senato nella prossima assemblea, ha implici- 
tamente dichiarato d'intervenirvi: domanda, inoltre, 
prematura, perché siamo al principio della notte, e il 
dittatore ha tempo di mutar consiglio. 

Andato via Cassio, che ha dato a Bruto un appun- 
tamento sul Tarpeo, dove si troverà anche Albino, e 

* Atto I, 8C. II : 

He thinka too mueh: such men are dangerous. 



26 LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 



rimasto solo Antonio, giunge in fretta Dolabella con 
duci ad annunziare, che i tribuni Flavio e Marnilo 
hanno castigato la plebe per aver dopo i giuochi co- 
ronato le statue di Cesare; e Dolabella e Antonio cor- 
rono da Cesare per informarlo del fatto e prendere gli 
ordini opportuni. Cosi finisce il primo atto. 

In principio del secondo, Porzia sta per entrare 
nelVaweo albergo, proprio quando Cesare ne vien fuori 
con Calpurnia: combinazione artìfiziosa, causata dal- 
l'unità di luogo, che non avrebbe mai permesso a Porzia 
di entrare. Il caso nella tragedia classica non è cieco, 
e sa a tempo opportuno togliere d'imbarazzo il poeta, 
che è costretto a far tutto avvenire in un sol luogo. 
Porzia vuole in un colloquio col tiranno spiarne le arti 
per poter disingannare il marito, che si mostra riot- 
toso ad eseguir la congiura, e finge a Cesare d'esser- 
gli mandata da Bruto stesso. 

Per comando di Bruto io vengo, o Giulio, 
A dimandar ciò che pretende Antonio, 
Il quale, armate le Coorti urbane, 
Precipitoso al Campidoglio corre, 
E si divulga che strappare ei voglia 
Dalle mani di Bruto il suo diadema. 
Che dee far Bruto, e che comandi, o Giulio? 
Cederà Bruto ? è violato il voto. 
Resisterà? l'amico tuo fia offeso. 

Cesare ha appena tempo di rispondere poche parole a 
Porzia, che si presenta Dolabella a riferire, come, 
mentre il console menava in prigione i due tribuni, 
questi, veduto Bruto da lontano, hanno alzato la voce, 
e chiamato in lor soccorso i padri e la plebe; come 
Bruto ha preso le difese dei tribuni, e respinto Antonio 
e le guardie, su cui la plebe infuriata scagliava faci 
e pietre ; come Cassio ha ammazzato o atterrato quelli 
che volevano trascinare in prigione Flavio e Marnilo. 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 27 



Cesare dà ordine che al far del giorno sia in armi 
l'ottava legione, e, ritiratosi Dolabella, sostiene con 
Porzia una breve disputa sulla virtù di Pompeo, di 
Catone, di Bruto. Porzia « un volto sol non serba, un 
sol colore » ; Calpurnia ne trema, e dice a Cesare di 
guardare la furibonda, che non trova pace, ma Cesare 
rimane intrepido: « che far gli ponno Tombre, e i nomi 
voti di Catone, e Pompeo?» Ecco daccapo Dolabella. 

Vieni, Signore, e al popolo ti mostra, 
Che co' Tribuni dal Tarpeo disceso 
Nel foro assedia il Consolo, e minaccia 
I tetti tuoi con ferro e fuoco. 

Cesare accorre, dando appena agio a Bruto, che so- 
pravviene, di pronunziare questo dilemma: 

S'esser vuoi Re, perché tu Giov^e inganni? 
E se noi vuoi, perché i Tribun gastighi, 
Che dier forza di legge al tuo rifiuto? 

Ma basta il dilemma, forse non udito da Cesare, a 
giustificare il comparir di Bruto, il cui dovere era di 
restare al lato dei tribuni e di Cassio, e con essi af- 
frontare, se fosse il caso, la morte? L'unità di luogo 
giustifica tutto: Bruto doveva incontrar Porzia per ri- 
ceverne, in grazia della nobile difesa dei tribuni, l'as- 
soluzione del peccato d'aver tentato di « turbar la mac- 
chinata morte >, e dei due personaggi quello a cui 
spettava di muoversi e ubbidire alla forza centripeta, 
che è appunto la famosa unità, era Bruto. Non meno 
curioso deir incontro è l'addio di Bruto a Porzia : alla 
dichiarazione che l'uno fa del vicino pericolo di morte, 
risponde l'altra con calde promesse di vendetta: con- 
terà le ferite del marito in faccia ai suoi compagni, e, 
degna figlia di Catone, li precederà nel senato, e ad- 
diterà i colpi; ma che? vuole ella stessa sfidar con lui 



28 LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 

la morte, e i pietosi compagni arderanno in un sol rogo 
i due cadaveri, e « chiuderanno il cener misto nella 
stess'urna a piò di Giunio Bruto >. 

Su codesta scena tanto bollente viene come doccia 
fredda a rovesciarsi la successiva, per cui vanno a 
vuoto tutte le proteste d'amor di patria e di vendetta, 
e poco manca che i due fieri romani non dicano: pec- 
cato! ci Siam riscaldati per niente. Attratto dalla solita 
potente forza centripeta, Cassio si presenta con al- 
cuni congiurati a dire, che al mostrarsi di Cesare ò 
cessato il tumulto, e i tribuni sono stati tradotti in 
carcere. Bruto, che si riserbava di veder Cesare in se- 
nato, sente ora il bisogno di parlargli subito per chie- 
dere la liberazione dei tribuni, caso mai Antonio abbia 
intenzione di ucciderli secretamente. Cassio, dal canto 
suo, incarica Porzia di andar da Calpurnia « del sedato 
rumor col lieto avviso », e di spiare cautamente « ciò 
che si fa, ciò che si dice, o teme nella magion di Ce- 
sare ». 

Non c'è cosa meno naturale di questa parte, che 
Porzia accetta di fare. Come può presentarsi a Calpur- 
nia con volto giulivo, con maniere dolci, se pochi mo- 
menti prima, in quel battibecco con Cesare, le ha di- 
mostrato tutta la fierezza dell'animo suo, la ribellione 
a ogni tirannide, il disprezzo della morte, e se le ha 
fatto correre un freddo orror per l'ossa? Il Conti ha 
voluto cacciar tra i congiurati anche Porzia, e farne 
come una leva in mano ad Albino e Cassio per solle- 
vare quel macigno pesante, che è la coscienza inte- 
merata di Bruto, ed e venuto al curioso resultato, che 
nella importanza delle parti la moglie soppianta il ma- 
rito, e più che a questo si deve a quella l'esito della 
congiura. Porzia è addirittura feroce, e della donna 
non ha più nulla ; vuole la morte del tiranno, del cui 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 29 

sangue è davvero assetata, e dìsprezza il marito, se 
lo vede indeciso: 

Sol figlia di Caton Porzia dirassi ; ^ 
Non mai moglie di Bruto. 

Quando, nel terzo atto, vien fuori a riferire a Bruto e 
Cassio ciò che ha visto e udito nella casa di Cesare, 
chiede un ferro per correre a piantarlo in petto al ne- 
mico di Koma; e il buon Bruto è costretto alzar la 
voce contro lei e contro Cassio, che la vuol subito 
armare, per persuaderli ad aver meno fretta ed aspettar 
d'uccidere Cesare nel senato. Si direbbe che Porzia sia 
presa da mania omicida: manco male, che quella è 
l'ultima scena, in cui la sanguinaria romana compari- 
sce, e vien la voglia di ringraziar Fautore di avercela 
tolta dinanzi agli occhi. Da Porzia il carattere di Bruto 
non riceve meno danno che da Cassio e Albino. ^ 

Nelle tragedie del Voltaire e deirAlfieri Porzia non 
ha parte, e forse nemmeno nella sua l'avrebbe fatta 
entrare il nostro abate, se non l'avesse trovata insieme 



* In un curioso errore cadde TAlfieri nel creder Porzia « del 
gran Caton la suora » (Atto III, se. II). 

2 Bruto neirAltìeri non dimentica la sua Porzia, e racconta 
(atto IV, scena II) a Cassio e a Cimbro, che dopo lo sciagurato 
colloquio con Cesare, che aveva svelato d'essergli padre, corse ai 
€ lari suoi », e ivi gli fu dato di ritrovare « sicuro sfogo, alto con- 
siglio, cor più sublime assai del suo ». Porzia « in sereno e forte 
volto » lo accolse, sebbene da più giorni giacesse inferma, e prima 
ch'egli parlasse: Bruto, disse, 

gran cose in petto 
Da lungo tempo ascondi; ardir non ebbi 
Di domandarten mai, fin che a feroce 
Prova, ma certa, il mio coraggio appieno 
Non ebbi io stessa conosciuto. Or, mira; 
Donna non sono. 

E si lasciò cadere il lembo del manto, e scopri « larga orribile 



30 LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 

con Calpurnia nello Shakespeare, ai cui panni in certo 
qual modo si tien stretto. Ma nella Porzia del poeta 
inglese la donna non se V è portata via il furore della 
passione; e' è in lei la moglie in tutta la grazia fem- 
minile, in tutto Taffetto coniugale. Ci racconta Plutarco, 
che la severa figlia di Catone, per quanto si sforzasse, 
non seppe tenere il pianto, quando nel tornarsene a 
Eoma da Elea, dove aveva accompagnato il marito, 
vide una pittura rappresentante Ettore in atto di con- 
gedarsi da Andromaca. Lo Shakespeare, quindi, non 
lavora capricciosamente di fantasia, facendo di Porzia 
una tenera moglie; e non è meno fedele a Plutarco 
nel presentarcela la prima volta in scena che rimpro- 
vera a Bruto, divisosi dai congiurati dopo il noto abboc- 
camento, di averla lasciata sola nel letto. Con quanto 
affetto essa ci ritrae le ansie del marito, il concitato 
suo passeggiar la sera innanzi per la stanza colle brac- 
cia incrociate e accigliato, gli atti di sdegno e d' im- 
pazienza al chieder che gli fece la causa di quel tur- 
bamento! Invano Bruto dice di non sentirsi bene, che 



piaga a sommo il fianco ». Bruto con queste parole continua il 
suo racconto: 

A lei davante io quindi, 
Quasi a mio tutelar Genio aublime, 
Prostrato caddi, a una tal vista; e muto, 
Piangente, immoto, attonito, mi stava. 
Ripresa poscia la favella, io tutte 
L'aspre tempeste del mio cor ìe narro. 
Piange al mio pianger ella ; ma il suo pianto 
Non è di donna, è di Romano, Il solo 
Fato avverso ella incolpa : e in darmi forse 
Lo abbraccio estremo, osa membrarmi ancora, 
Ch* io di Roma son figlio, a Porsia sposo, 
E ch'io Bruto mi appello, 

L'Alfieri e ben lungi dal Conti nella rappresentazione di Por- 
zia, e s'accosta allo Shakespeare, perché la sposa di Bruto è si 
di animo forte, ma non ha perduto una certa tenerezza femminile. 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 31 

essa non crede airainmalato, che affronta i maligni 
influssi della notte, e vuol sapere, se con lui non ha 
diviso solo la mensa e il letto, qual male gli affligge 
Tanirao, chi son quei sei o sette uomini, che celarono 
i volti anche alle tenebre. Conviene che essa è una 
donna, ma una donna rispettata, figlia di Catone e 
moglie di Bruto : i secreti del marito saprà custodirli, 
e di costanza ha dato prova, sopportando con pazienza 
il dolore d'una ferita, che si è inflitta volontariamente 
nel fianco. Bruto sta per rivelarle il secreto, quando si 
picchia alla porta, e Porzia ò costretta ad appartarsi 
per lanciar entrare un altro congiurato: la rivelazione 
le sarà fatta di li a poco; ma non sulla scena, dove 
essa non ricomparirà che per farci assistere al suo 
affanno, incerta di quanto sia per succedere al suo con- 
sorte, che è andato coi congiurati in senato.^ In mezzo 
agli oscuri avvolgimenti della congiura, alle penose 
ansie, alle inquiete passioni, questa donna, che e* in- 
troduce nella più onesta famiglia di Eoma, e ci fa sen- 
tire il profumo delle virtù che vi regnano, scopre come 
un lembo di sereno in un cielo nuvoloso. L'amorosa 
coppia, che la rigida virtù trascina nell' imperversare 
d'una lotta civile, forma, diciam cosi, la parte senti- 

^ Il Lewes nel suo libro Shakespeares Frauengestaìten, Stutt- 
gart 1893, p. 272 e sgg., osserva che in due sole scene il poeta ci 
presenta Porzia, ma bastano a metterci sottocchio il carattere di 
questa nobile figura di donna. La prima scena, che possiam chia- 
mare del rimprovero, e che si riscontra con un'altra dell'Enrico IV, 
ci riempie di meraviglia, dice il Lewes, perché Porzia nella sua 
forza si mostra più che donna, ma appunto per questo « beriihrt 
sie uns fremdartig, wir stauuen sie an, ohne cine innigo, warmc 
Teilnahme fiir sie zu empfìnden ». A me pare invece, che abbia 
ragione il Heine, secondo il quale Porzia « fin ne' sommi tratti 
del suo eroismo palesa i sensi pili muliebri e la più sensibile fem- 
minilità ». 



32 LA PIJIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 



mentale del dramma inglese, e vi suscita quei con- 
trasti, che sono dell'arte i ])iu preziosi elementi. 

Ili 

Bruto nelle tragedie del Voltaire e dell'Alfieri amava 
una volta Cesare, ma venuto questo affetto in contrasto 
colla devozione alla patria, egli senza rimpianto lo ha 
softbcato, ed è divenuto il ])iù fiero dei congiurati. Nel 
Voltaire ^ e lui il primo a proporre la morte di Cesare, 
e a Cassio che vorrebbe seguir l'esempio di Catone, 
osserva che il grande d'Utica ebbe la colpa di far 
tutto per la gloria, ma niente per Eoma: 

Sa mort fut inutile au bonheur dea humains. 
Faisant tout pour la gioire, il ne fit rien pour Rome ; 
Et c'est la scule fante où tomba ce grand homme. 

Neir Alfieri, che s'attiene più alla storia, ò Cassio che 
inizia la congiura; Bruto non si rifiuta di prendervi 
parte, ma vuol prima vedere, se sia possibile d'indurre 
Cesare a renunziare alle sue brame ambiziose, ed egre- 
giamente sostiene questo partito contro le obbiezioni 
di Cicerone e di Cimbro. Se in questo punto TAlfieri 
si discosta dal Voltaire, lo imita nel far Bruto figlio 
di Cesare, e nel mettere Bruto nella tembile condi- 
zione di dover uccidere Cesare poco dopo che con un 
irrefragabile documento, quale e la lettera di Servilia, 
gli ha dimostrato di essergli padre. ^ Mentre nella tra- 

1 Come dimostra il CoUischonn (p. 33 dell' op. cit.), nel far 
Bruto fin da princìpio capo della congiura il Voltaire si distacca 
dalla storia e dallo Shakespeare, o segue il Grévin. 

* Dal titolo Congiura di Bruto figliuolo di Cesare^ che diede 
alla sua tragedia, si può dedurre, che anche Sebastiano degli An- 
toni si fondasse suiragnizione tra padre e figlio: non sappiamo, 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 33 

gedia del Voltaire, sin dal principio del primo atto, 
Cesare rivela ad Antonio la vera nascita di Bruto, in 
quella dell'Alfieri il padre si scopre al figlio nel terzo 
atto, senza che Antonio ne sappia nulla, e Tagnizione 
€0sl ritardata riesce più commovente: Bruto, che ac- 
cetta con ardore la proposta di Cassio di uccidere il 
dittatore ostinato nella sua ambizione dopo aver saputo 
d'esserne figlio (nella tragedia francese avviene il con- 
trario) incarna meglio l'ideale del patriotta vagheg- 
giato dall'allobrogo feroce. Ifelle due tragedie rappre- 
sentasi Cesare caldo d'amor paterno e desideroso di 
far Bruto erede del regno : vìva è pure in esse la lotta 
tra padre e figlio, che è lotta tra l'ambizione e la de- 
vozione alla patria, e davanti a queste potenti passioni 
si ritira sconfitto ogni dolce sentimento del cuore. L'Al- 
fieri due volte, come il Voltaire, ci mette davanti Ce- 
sare e Bruto, che cercano di soggiogarsi a vicenda; 
se non che, a differenza del Voltaire, la seconda volta 
«gli fa, con poca verisimiglianza, succedere il contrasto 
tra padre e figlio nel senato, in cui tutti hanno a stu- 
pire di quell'ignoto vincolo di sangue, che viene allora 
pubblicamente rivelato. 

Col farlo figlio di Cesare non poco si toglie a Bruto. 
Il Voltaire e l'Alfieri furono forse indotti anche dal- 
l'esempio del primo Bruto, che condannò a morte i suoi 
figli, a fare il secondo uccisore del padre : per l'Alfieri 
quel riscontro dei due Bruti nella storia romana era 

se egli avesse notìzia della tragedia del Voltaire, la quale, se un 
anno prima che si pubblicasse quella del vicentino, fu rappresen- 
tata, non si stampò che alcuni anni dopo. Nella edizione delle 
opere complete del Voltaire, da me citata, è scritto che la Morte 
di Cesare fu rappresentata per la prima volta il 29 agosto 1732, 
e pubblicata nel 1753 : il Quadrio, invece, cita una edizione della 
tragedia fatta in Londra nel 1736. 

OOLAOBOSSO S 



34 



k PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 



prezioso, ehé da loro, per il ben della patria, i cittadi 
avrebbero imparato a soffocare nel cuore i piò i 
affetti, come ([uellì di padre e dì figlio. Lo Schlegi 
per altro, osserva, che Roma ci porge parecchi e 
di padri condannanti a morte i figli, e per legge l'a 
torità patema si atendeva fin sulla vita della pro!^ 
ma l'uccisore del proprio padre, foì^ao pure il salvatoj 
della libertà, sarebbe apparso un mostro agli occhi (f 
romani. Il Cesarotti, che si professa appassionato aM 
miratore del Voltaire, non aa tenersi dal fare alcol 
obbiezioni su questo pnnto. 11 fatto di Ginnio Brufl 
che sacrifica i figli alla patria, è atroce, ma non manjj 
di ragioni. Un figlio è una parte di noi, e uccided 
perchi^ ha tradito la patria, è come « recidere u 
bro infetto per la salute del corpo *: in Ginnio la fi 
nerezza cede al dovere. Ma in un figlio l'affetto veci 
il padre non è una tenerezza, ò un dovere: « l'eBiateni 
ì; il fondamento di tutti i beni, e delle stesse Tiri 
chi ce la diede, ha pieno diritto al nostro affetto. BiB 
nella sua lettera ad Àttico dice ch'egli non perm 
terebbe giammai nemmeno a suo padre, se tomaBsel 
vita, d' aver maggior potenza delle leggi e del b 
ma e' è qualche difi'erenza da un'espressione enttu 
stiea e vaga all'uccidere veramente il padre. L'auste 
romano « avrebbe fatto un'azione più che abbastand 
eroica, lasciando eseguir la congiura senza prenderf 
parte, e sostenendo poscia i compagni colla sua anq 
rità ». Lo Shakespeare non volle raccogliere dalle j 
gine di Flutai'co il sospetto, che Bruto fosse figlio | 
Cesare, tanto più che lo storico in nessun luogo dia 
ehe del sospetto fosse partecipe Bruto stesso;' il C 
legui lo Shakespeare, e fece bene. 

' Quel luogo della lettera ad Attico, nel quiile Bruto pioron^ 
nella preghiera aili dei ài togliergl) tutto anziché lafennK ti' 



LA PKIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 35 

Il confidente, che nel teatro francese non suol man- 
care, riappare anche nella tragedia del Voltaire, ed 
è Antonio, nel cui petto Cesare versa le angosce del 
cuore. La prima scena di quella tragedia ha tutto il 
languore delle solite scene di confidenza. Col fare 
Antonio nemico di Bruto e Cassio, e col metterlo al 
fianco di Cesare qual consigliere ostinato della loro 
morte, il Voltaire come l'Alfieri, si ricongiunge al 
Conti; lo Shakespeare, invece, ce lo rappresenta cor- 
tigiano e adulatore, uomo ben pasciuto e amante dei 
giuochi, che non s'accorge della mala disposizione dei 
due amici verso di Cesare. 

Nell'atto terzo della tragedia del Conti, Cesare, che 
ha or ora sedato il tumulto della plebe, si duole del- 
l' ingratitudine di questa e del senato, e Antonio ri- 
sponde che tanto all'una quanto all'altro è noto, che 
il fine dei mali dipende da un solo uomo, ma... E non 
vorrebbe continuare a parlare, ma obbligato da Ce- 
sare soggiunge che, finché vivranno Bruto e Cassio, 
nemmeno la vita sarà sicura al dittatore. Prima quelli 
si odiavano, ma ora stan sempre insieme, e di notte 
nella casa di Bruto si riuniscono con Cassio altri uo- 
mini audaci e malcontenti ; anzi degli schiavi han tro- 
vato sparse nel .foro e nel Campidoglio certe cedolette, 
nelle quali era scritto: Bruto, ancora tu dormi? Do- 
labella ha visto tutt,a Eoma affollata intorno alla statua 
dell'antico Bruto, sotto la quale si leggeva: E perché 

luzione di non concedere ad Ottaviano una potenza maggiori 
delle leggi e dei senato, che non soffri nell'uomo, che aveva ucci«o, 
e ohe non soffrirebbe nemmeno in suo padre, se tornasse al mondo, 
prova che Bruto non credeva d'esser figlio di Cesare. Si disputii, 
per altro, intorno airautenticità di questa, come delle altre let- 
tere di Bruto. Vedi il bel libro di V. d'Addozio, Be M, Bruti vita 
ei studiis doctrinae, Neapoli mdcccxcv, p. 196 e seg. 



36 LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 



mai non viviì Tu vorresti, o Antonio, dice il dittatore, 
che condannassi a morte Bruto e Cassio? — Ora no; 
aspetta il giorno, che passerai nell'Asia, per far tron- 
care le loro teste — E la mia clemenza ? — Ma la tua 
vita è in pericolo — Indegna morte non può mai co- 
gliere un uomo forte — Almeno, dando la pretura a 
Cassio, ingelosisci Bruto — Io troppo l'amo — Più 
che tu non possa amar Bruto, hai da temer Cassio. E 
il colloquio finisce seccamente coli' ordine di Cesare, 
che si mettano in libertà i tribuni : ordine che fa uscire 
Antonio in questa esclamazione: « o grande, o inusi- 
tata, divina clemenza, e tutta tua! » 

Una delle cose osservabili in questo colloquio è la 
rivelazione, che vien fatta a Cesare, dei biglietti in- 
citanti Bruto a imitare il suo antenato. Non è che 
Antonio non possa informar Cesare di quegli scritti, 
e la storia sia peggio che tradita, ma giacché c'è 
un altro personaggio, che ha diritto, per cosi dire, a 
quegli scritti, e deve riceverne un nuovo impulso a 
mettersi su una strada, che non vorrebbe battere, qual 
guadagno ne viene a farne piuttosto l'Oggetto di una 
denunzia, di cui in conchiusione Cesare non tien conto ? 
E pure l'abate aveva davanti a sé l'esempio dello 
Shakespeare, il quale di quei biglietti fa 1' uso più 
ingegnoso che si possa ideare, senza offendere per 
nulla la storia. Anzi della storia, che ci dà Cassio 
come il vero promotore della congiura e l'istigatore 
di Bruto, il grande inglese si rende acuto interprete, 
immaginando, che Cassio vada la notte precedente 
agl'idi di marzo a gettare il foglio suggellato sulla 
finestra della casa di Bruto, e il servo lo ritrovi, e 
faccia leggere al suo signore, che, come abbiam visto, 
non potendo chiuder occhio per i gravi pensieri che 
lo molestano, si è levato di letto ancor prima di giorno, 



LA PKIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 37 

Nel Voltaire Bruto trova i biglietti appiè della statua 
di Pompeo, e poi li mostra a Cassio, il quale dice che 
anche a luì sono state scritte le stesse cose. Ma la 
storia non narra che ci furono biglietti per Cassio, e 
il Voltaire colla sua invenzione guasta un po' la figura 
di Bruto, che finisce d'essere l'unico centro delle spe- 
ranze dei liberali. L'Alfieri, dal suo canto, comprende 
bene che gì' « incitatori avvisi » sono esclusiva pro- 
prietà di Bruto, che ne parla ai congiurati, e col non 
farglieli trovar sulla scena, destinata allo svolgimento 
quasi intero della tragedia, evita l'artificio, o meglio 
rinverisimiglianza del Voltaire, che espone i biglietti 
allo sguardo di Bruto, e li sottrae a quello di altro 
personaggio, come Antonio, il quale pur si muove nello 
stesso luogo, e se ha occhi, può benissimo vederli. 

Nelle tragedie del Voltaire e dell'Alfieri si ha pure 
un colloquio tra Antonio e Cesare simile press' a poco 
a quello del Conti ; Antonio per l'opposizione di Bruto, 
di Cassio e di altri alla proposta della guerra contro 
i Parti, consiglia il dittatore di disfarsi di queste teste 
pericolose; ma Cesare rigetta il consiglio, perché è 
padre di Bruto, e profondamente lo ama. L'Alfieri si 
scosta dal Voltaire nel far succedere il colloquio prima 
che Antonio sappia Cesare padre di Bruto, e prima 
che questi abbia appreso la vera sua nascita, ed è più 
nel vero, perché la cortigianeria, se può spingere An- 
tonio a mostrarsi cosi zelante della vita e del regno 
di Cesare da proporre la morte di due fieri avversari, 
quando egli ignora il vincolo di sangue tra Cesare e 
Bruto, dopo non gli permetterebbe più di offendere in 
Cesare l'affetto di padre. Chi dà al colloquio tra il 
dittatore e Antonio minor verisimiglianza, è il Conti. Si 
badi sopra tutto che l'abate ha riunito in brevissimo 
tempo troppe manifestazioni ostili a Cesare, come le 



LA PRIMA THAGEDU LI AKXONIO CONTI 



disapprovazioni del popolo nei ginoehi lupercali,! 
divieto dei tribuni d'incoronare le statue del dittato; 
la loro ribellione ad Antonio, lo scontro eangninoi 
in cui han principal parte Bruto e Cassio: aggid 
gete gli atti di sdegno p le proteste di Poi-zia < 
biglietti sedizioai, e poi sappiatemi dire, se Cesa 
possa aver la flemma di discorrere nel modo imma|| 
nato dall'abate. Il quale, è vero, non aveva intenzion 
come l'Alfieri, di muover guerra al tiranno sulla sceiq 
ma non gli occorreva aver anima di repubblicano ] 
sentire il bisogno di mettere lin po' pili di sangi 
nelle vene di Cesare. 

Questi, dopo il comando dato ad Antonio, non ria 
tra in casa, ma con un soliloquio dà tempo a Bn 
e a Cassio di venire. E di dove vengono? Sappiavi 
cbe Bruto e Porzia stavano davanti a.]V mireo alberM^ 
quando Cassio portò la notizia, che Cesare colla sa 
presenza aveva rabbonito il popolo. Bruto, invitar 
allora da Cassio a recarsi da Albino, cbe li attende^ 
per concertare il da farsi, rispose d'aver concertai 
ini tutto, e cbe darà, il suo capo per quello dei 1 
buni. Si supporrebbe, cbe Bruto facesse una cosa sea 
plicissima, cioè non si movesse di li, e aspettasse 1 
ritorno di Cesare: invece non va cosi; né si comprenci 
quali sieno le azioni tacite seguite nell'intervallo i 
il secondo e il terzo atto, che gittstificbino, come T 
non sì trovi più innanzi alla casa del dittatore, e \ 
sia entrati) Porzia a spiare, secondo il siiggerìmem 
di Cassio, ciò che vi accade. Come poteva Porzia t 
dar da Calpurnìa a riferire, che il tumulto era sedati 
se Calpurnia aveva voluto accompagnar Cesare chia 
mate in fretta da Dolabella? Cesare le aveva detto f 
rimanere, ma la fedele moglie aveva risposto di na 
esser meno coraggiosa di Cornelia, cbe nei pcrìoj 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 39 

correva al lato di Pompeo : né v' era stato altro scam- 
icio di parole, per cui Calpurnia si fosse indotta a 
rientrare in casa. Non si può immaginare che Bruto 
andasse con Cassio da Albino, perché, quando fra poco 
Porzia uscirà dalla casa di Cesare, e chiederà un ferro 
da cacciare nel cuore del tiranno, egli per seguir l'in- 
ferocita sua moglie, che non vuole ascoltarlo, dirà a 
Cassio: « in breve ad Albino verrò ». Dunque non e' è 
stato. 

Un benigno programma di governo, che Cesare 
espone a Bruto e a Cassio, dopo aver assegnato al- 
l'uno la prima pretura e la seconda all'altro, risve- 
glia nel buon Bruto il dubbio, che si faccia male ad 
uccidere un uomo « atto a fondare, e a mantenere 
eterna la Repubblica antica ». E qui tra i due con- 
giurati si ha una scena simile a quella che abbiamo 
visto seguir tra loro per il rifiuto della corona nei 
giuochi lupercali, e non ne resulta in minor grado la 
debolezza di Bruto, al quale basta, come dicevo, una 
qualsiasi dichiarazione benevola di Cesare per tornar 
sui suoi passi. Cassio non risparmia i suoi frizzi. « Ben 
sapev' io, egli dice, che la Pretura urbana sveglieria 
tanti affetti ». Non è che stia male che la lotta degli 
affetti si riaccenda in Bruto; ma questa lotta do- 
vrebbe essere secreta, perché dall'amico non può mai 
sperare d' essere allegramente accompagnato su quella 
via, dove lo spinge l'amore per Cesare. Sarebbe stato 
meglio, che il Conti non avesse fatto fare al dittatore 
il lusinghiero programma; essendo quella l'ultima 
volta che egli parlava del governo di Eoma prima 
della fatale andata in senato, la logica dei fatti 
avrebbe voluto, che tanto miele non ci fosse in bocca 
sua; cosi, senza molti rimorsi, Bruto sarebbe stato in 
grado di brandire il pugnale cogli altri congiurati. 



40 



LA PRIMA TBAGEBIA DI ANTONIO COSTI 



I 



Tanto ]ìià questo era necessario, in quanto che mai 
cava a Bruto quella fermezza che nasce da nua co- 
3cien/,a rigida, contro la quale invano battono le lu- 
singhe dei più teneri affetti. Il Bruto del Conti non 
ci esalta, ma messo tra Cassio e Porzia, come a dire 
tra r incTidine e il martello, ci fa eompassione. Anche 
il Buckingham nel terzo atto del suo Cesnrr fa dal 
dittatore offrire ai due congiurati le preture vacanti: 
ma se Bruto, per l'atto cortese, prova una stretta al 
cuore, non indietreggia più davanti alla dcliìicrav.ione 
di ammazzare il tiranno. 

II quarto atto è breve, e comincia con Calpurnia, 
che esco di casa colle chiome sparse per andare a 
placare i numi, perché in sogno ba visto tra le sue 
braccia il marito insanguinato e morto. Racconta a 
Cesare, che l'ha seguita, il sogno spaventevole, e 
gli vieta d'andare in senato; ella, per l'addietro. ha 
sempre disprezzato « del credulo volgo i pazzi sogni », 
ma la strage sognata, le pallide ombre di Pompeo e 
dei guerrieri caduti nelle guerre civili, che son [ 
parse la notte, Porzia inferocita, i popolari gridi. Va 
stero Bruto e l'iracondo Cassio la tnrbano si che cec 
suo malgrado ai presagi. Cesare respinge i timori ( 
Calpurnia, ed è risoluto d'andare in senato. "'"' 
Bruto: Calpurnia gii riferisce in breve il triste sogi 
e gli ricorda d'avere appreso da lui che * 
future il sogno esprime alle menti »; Bruto si 8bri| 
con nna risposta sibillina, che Calpurnia. come il 1 
toro, non è certo capace di comprendere. Vengod 
Cassio e Albino ad annunziare che il senato si è i 
nito. Calpurnia si ostina a non permettere a ( 
dì andare, e Cassio ne ribatte gli argomenti. Se ogi 
notte, egli concludo, tu avessi infausti sogni, quandi 
si potrebbero radunare i senatori? Bruto esclama t 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 41 

sé: « ah non dicasi mai che Bruto a parte fu del fatto 
crudel », e parte : Cassio lo segue per consiglio di 
Albino. Il quale svela a Cesare, che i cavalieri e i 
senatori, convinti dalle, ragioni sue e di Antonio, hanno 
deciso di proclamarlo re fuori di Koma: Cesare allora, 
sebbene Calpumia continui a supplicarlo di temere il 
sogno, se ne va con Albino. 

Evidentemente il Conti ha imitato lo Shakespeare 
in queste scene del quarto atto, che forse sono tra le 
migliori della tragedia. Calpumia non entra affatto 
nelle tragedie del Voltaire e dell' Alfieri,^ i quali si 
restringono alla sola congiura, e scartano dalla rap- 
presentazione tutte le circostanze, che non sono parti 
integrali di quella. Il Voltaire, incalzato dall'unità di 
tempo, che intende nel senso più rigido e pedantesco, 
ci presenta Cesare in Campidoglio due o tre ore prima 
della morte; accenna però ai sinistri auguri per bocca 
di Dolabella, cosa che non fa l'Alfieri, che pur co- 
mincia dalla vigilia della morte. Le scene di Calpur- 
nia, nel passar dalla tragedia dello Shakespeare nel- 
l'altra del Conti, hanno perdiito non poca naturalezza, 
e la colpa è dell'unità di luogo, la quale ha obbligato 
l'abate a far succedere nella strada ciò che doveva 
rimanere fra le pareti della casa di Cesare per il ca- 
rattere intimamente familiare. Togliendo a una scena 
l'ambiente adatto, voi la falsate, come se in un quadro 
sopprimeste i contorni, da cui la figura attinge la 
sua precisione. Un effetto stupendo ottiene lo Shake- 
speare nel trasportarci nella casa di Cesare, dopo che 



* Nemmeno entra nel Cesare del Buckingham, che per semplifi- 
care i personaggi dello Shakespeare raccoglie in quella di Antonio 
anche la parte di Calpumia trepidante, a causa del triste sogno, 
per la vita di Cesare. 



42 



LA PRIMA TRAQEBIA DI ANTOfflO COKTI 



in quella di Bruto abbiamo assistito alle ansie del 
eonginrato e alle dolci premure di Porzia, che i 
esser messa a parte del secreto : lo spettacolo, che ( 
frono le due famiglie, ci riempie l'anima di tristezza 
e ci dispone a provar nella sua integrità l'impres 
sione della tremenda catastrofe. La Calpurnia del Coni 
ha per il marito più tenere preghiere, pili eompasslo^ 
neroli parole che non )a Calpnrnia dello Shakespeart 
ma nello Shakespeare ha Cesare qualcosa di pili umanojl 
cedendo per un momento alle lacrime della ii 
« ilareantonio dirà che io non sto hene, e per com-l 
piacerti rimarrò in casa »,' egli risponde alle insistenzef 
di Calpurnia. Ma a rimuoverlo da questa deliheraziona 
giunge in tempo Decio, che gli dimostra, quanto mal« 
farebbe a non presentarsi ai senatori, che gli hannu 
decretato la corona. « Se voi mandate a dire : io now 
voglio venire, i loro pensieri possono mutarsi. Di pim 
si dìffonderebbe facilmente il motto schernevole i" 
qualcnno : si sciolga il senato, finché la moglie di Ce^ 
Bare non farà sogni migliori. Se Cesare si nascfinde^ 
non bisbigli era uno essi: ve', Cesare ha paura? 
queste parole il dittatore si vergogna d'aver cedutoj 
alla moglie, e vuol subito il manto per recarsi in e 
nato. Giungono Publio. Bruto, Ligario con altri con-^ 



AnJ, /or thy liuv 
' Atto II, BC. UI: 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 43 

giurati, e poi Antonio, che sebben solito a passar le 
notti in orge, è stato questa volta in piedi per tempo. 
Lo Shakespeare non fa intervenire Cassio, e con ra- 
gione. Eicordiamoci che Cesare, vedendolo tra la folla 
dopo i giuochi lupercali, disse ad Antonio: « se il mio 
nome fosse suscettivo di paura, non conosco uomo che 
schiverei tanto presto, quanto quello sparuto Cassio ». ^ 
In casa di Cesare, in quel momento, la sua presenza 
sarebbe stata pericolosa. 

Il Conti inverte le scene dello Shakespeare : prima 
a Cesare si presentano Bruto e Cassio, che lo avver- 
tono della riunione del senato, e poi viene Albino a 
partecipargli, che gli si vuol decretare la corona. Ognun 
comprende che la prima scena è inefiScace, anzi oziosa: 
nello Shakespeare, invece, Publio, Bruto, Ligario e le 
altre persone, intervenendo dopo che Cesare ha appreso 
il proposito del senato, servono come di rincalzo al- 
l'opera astuta di Decio, alla quale involontariamente 
dà l'ultima spinta la presenza di Antonio, che mette 
Cesare in buon umore. Anche il Bruto dello Shake- 
speare, come quello del Conti, ha un sussulto, come 
una puntura di rimorso, ma in un momento che non 
poteva essere più genialmente immaginato, quando cioè 
Cesare, salutandoli buoni amici, invita i convenuti a 
libar con lui prima di avviarsi al Campidoglio. 

Nel Conti Calpurnia prevede troppo, specialmente 
nel soliloquio che fa, mentre Cesare si allontana con 
Albino; e ciò a scapito di quella sospensione, che, come 
sappiamo per bocca dell'abate stesso, è necessaria al- 
l' azione tragica, e cagiona diletto. A ogni modo, il 

^ Atto I, 8C. II: 

If my name were liable to fear^ 
I do not know the man I ahould avoid 
So soon aa that »pare Caaaiua. 



44 LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 

Conti dà a questa bella figura di donna le tinte più 
vive: con lei ritorna il femminile, che la ferocia di 
Porzia aveva portato via, e si ricompone nella tene- 
rezza sincera di moglie fedele e amante. Non si can- 
cella in Calpurnia la sinistra impressione, che le han 
fatta i volti, a lei tuttavia presenti, di Bruto e di Cas- 
sio: allorché si son presentati a Cesare, per condurlo 
in senato. 

Grave era Bruto, e riguardava il cielo ; 
Cassio agitato, e di furor fremea. 

Non vale che Antonio, giunto or ora con sacerdoti, le 
dica che essi non potranno assalire in senato il dit- 
tatore e il console. 

Cassio ha in costume di fuggire, e a' Parti 
Lasciare in preda il Capitan Romano. 
E parmi ancor veder Bruto in Farsaglia 
Col corpo rannicchiato, e '1 capo basso 
Il destriero spronar verso Larìssa. 
Vedi gli eroi che temi, e pongli a fronte 
Di Cesare, e del suo fedele Antonio. 

Calpurnia continua a temere, e non sa darsi pace. 

Il Conti immagina, che Cesare, prima di andare in 
senato, faccia un sacrifizio, e a principio del quinto 
atto ce lo rappresenta in contrasto col pontefice Cotta, 
il quale lo sconsiglia di muoversi di casa, perché non 
solo il sacrifizio è stato infausto, ma anche il sole si 
è oscurato, « senza che nube il veli, o Luna il cuopra >. 
Cesare, con molta meraviglia del pontefice, rinnega gli 
oracoli, gli auguri, i sacrifizi, e sostiene, che « nell'uso 
di ragion riposto è il vero culto dei Numi »; può cu- 
rare auspici infausti o lieti, chi prese d'assalto otto- 
cento città, soggiogò trecento popoli, vide tre milioni 
d'uomini armati, uno ne uccise, e un altro ne impri- 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 45 

gionò ? Non so, quanto sia opportuno in quel momento 
il sacrifizio di Cesare : Plutarco ne parla si, e lo mette 
nel novero di altri segni infausti, ma non dice che 
esso precesse immediatamente l'andata di Cesare in 
senato, come finge il Conti. S' attiene, invece, a Plu- 
tarco lo Shakespeare, che fa andar Cesare in senato 
subito che Decio lo ha persuaso con buoni argomenti 
(i quali sono in sostanza gli stessi dello storico) a non 
tener conto del sogno di Calpurnia. Perché Cesare si 
indurrebbe allora a sacrificare, se, come il Conti ce 
lo mostra, è cosi sprezzante dei riti superstiziosi, se 
il senato lo sta aspettando, e Albino gli dà fretta? 
Nemmeno è logico, che quando lo schiavo si presenta 
a fargli leggere le parole : « Oggi in senato temi », Ce- 
sare esca in un lungo discorso per dimostrare che 
nulla ha da temere, e s*egli morisse, il mondo an- 
drebbe sossopra: se non cura i sacrifizi, come può dar 
tanto peso alle parole di uno schiavo? Nel nostro abate 
manca la logica degli avvenimenti, che dà all'opera 
d'arte, qualunque forma essa prenda, il vital nutri- 
mento, e ingenera nell' animo del lettore, o spettatore 
che sia, quella persuasione della verità delle cose nar- 
rate, rappresentate, che è tanta parte del diletto 
estetico. Un rapido sguardo allo Shakespeare basta a 
dare un' idea della logica d' una rappresentazione. 
Cesare, turbato dai tristi sogni della notte, comanda 
a un servo di dire ai sacerdoti, che facciano sacra 
offerta agli dei, e di recargliene il resultato. Intanto 
Calpurnia si è levata anch' essa di letto, ed è venuta 
a raccontargli il brutto sogno, e a scongiurarlo di non 
andare in senato. Torna il servo, e riferisce che gli 
auguri gli consigliano di non uscire, perché nella vit- 
tima non si è trovato il cuore. Cesare non vorrebbe 
curarsi del sacrifizio, ma in fine cede alle preghiere 



di Calpnrnia. Quindi entra Decio: la corona clie que- 
sti gli fa luccicare davanti agrli occhi, quell' oggetto 
(li liinf;hi desideri, che ora non nn adulatore, ma il 
senato offre con un decreto, libera Cesare da ogni 
timore, da ogni riguardo. Noi 9Ìam persuasi, che pro- 
cedendo cosi le cose, egli di necessità debba andare 
in senato, e la ragna por carpirlo non possa esaere 
fatta meglio. 

Nella tragedia del Conti allo schiavo snccede Do- 
labella, che dice: — «nel Portico del Magno fe pre- 
parato il seggio d'oro, e sono i Padri aasiai ». Cesare 
gli ordina di congedar la guardia spagnola, perché 
vuole andar solo. Antonio erode giusto, che uscendo 
dal senato sia acclamato re del mondo dalle legioni; j 
Dolabella le adunerà, e terrà pronte. Tutti vanno via;! 
riman solo Cotta a meditar snlla minaccia dell' occlÌ8-« 
aato sole, ma per poco, che non si fa aspettare Cal*r 
puruia, la quale ai presenta atterrita, perché le paig 
sempre di veder tra le sue braccia Cesare morto. Colt 
le racconta l'infausto sacrificio del toro. Calpnrnia IdM 
prega di sacrificare agli dei d'Averuo; ma il pontefice 
si rifiuta dì far sacrifizi, che richiedono « della tacitn 
notte il cupo orrore ». A un tratto entra imo schiavO]! 
ed annunzia, che il senato, la plebe e i soldati ootM 
rouo per la città impanriti, e risnonan d'armi il Cam-fl 
pidoglio, il foro e la Cnria. Calpnrnia, presaga dellq 
sventura, corre subito al senato, Vien Dolabella, e rao« 
conta che, mentre colle legioni andava dal Campido- 
glio al Portico del Magno, vide uscire in fretta ì 
senato Bruto con nu pugnale insanguinato, e dopo ( 
lui Porzia scapigliata, Cassio e Albino; respinto daì'l 
senatori, che escono in folla, e dalla plebe, che s'eS-M 
fretta ad entrare, è stato qui portato dalla calca. Via 
il collegio dei pontefici, e ìndi pallido e colle lacrim 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 47 

agli occhi Antonio, che racconta come Cesare è stato 
ucciso in senato. 

Deh Pontefici, udite, e '1 registrate 

Per mia difesa ne^ Romani Annali. 

Della morte di Cesare innocente 

E Antonio: Albino, Bruto, Cassio autori 

Furo della Congiura, e della morte. 

Albino con preghiere, e finte voci 

Mi trasse fuori del Senato allora 

Che sopra il seggio d'or Giulio s' assise. 

Cinto da turba supplicante, e amica. 

Stavan da lungi taciturni e gravi 

E Bruto, e Cassio, e del consiglio loro 

Orma, o color non appariva in essi. 

Chi potea poi di tradimento, e frode 

Albino sospettare? Albino erede 

D' una gran parte de' Cesarei beni, 

Albino promoter delnome Regio? 

Mentr' ei mi parla un gran rumore ascolto 

In Senato: io v'accorro, e veggo Giulio, 

Che in sembiante magnanimo e feroce 

Di cento ferri riparava i colpi, 

E solo resisteva a cento armati. 

Io grido, Me uccidete, e in luogo santo 

Uom sagrosanto rispettate. Ed urto 

La calca, che più densa ognor s' affolla 

Intorno al Dittator. Ne smanio, e corro 

Qua e là cercando, e dimandando aita. 

Ma son confusi, e sbigottiti i Padri, 

E fuggire, soccorrere, o gridare 

non sanno, o non osano. La turba 

Incalza Giulio; e Cassio, e Cimbro, e Casca 

Gl'impiagan a vicenda il dorso, e '1 petto. 

Bruto alza il ferro; Cesare lo guarda 

Con languid' occhio, e sospirando dice 

Le voci estreme: E tu mio figlio ancora?... 

E per l'orror del parricidio avvolse 

Entro la toga l'impiagato capo; 

E offerto a' colpi volontario il petto 

Con dignitate Imperatoria cade 



48 LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 

-^ • ■ — — ■ - - 

A' pie del Magno insanguinando il suolo 
E '1 Simolacro. 

Cotta domanda dove lasciò i congiurati. Nel morto 
corpo, risponde Antonio, 

infellonir più volte 
I Congiurati e rinnovar le piaghe. 
Ma non si tosto ebber saziate Tire, 
Che pentiti ed attoniti Tun T altro 
Si miravan tacendo. In vista loro, 
Al cadavere illustre io discopersi 
L^ insanguinato, e illividito volto, 
Ch^ era ancor grande, e minacciar parea, 
Rivolto contra il Ciel, Roma, e gli Dei. 
Non osaro mirarlo i Congiurati, 
Ma sen fuggirò taciti ed incerti 
Verso il Tarpeo. 

La tragedia finisce con queste parole di Cotta: 

Guerre, orride guerre! 
di qual sangue spumar veggo il Tebro! 
L'are vostre servate, o santi Numi. 



IV 

La morte di Cesare è narrata, come si vede, dal 
Conti, che è seguito dal Voltaire; invece lo Shake- 
speare e TAlfieri la rappresentano sulla scena. Il Conti 
e U Voltaire erano impediti dall'unità di luogo. Sap- 
piamo ormai con quanti sforzi il nostro abate tira tutti 
i suoi personaggi innanzi la casa di Cesare; e non è 
certo tra i minori quello eh' egli fa immaginando che 
alla morte di Cesare la calca spinga Dolabella alla 
presenza di Cotta. Come allora intervenga anche An- 
tonio, non è facile comprendere; la storia dice che, 
appena morto il dittatore, egli pensò bene di mettersi 
in salvo nascondendosi. Ma se non era lui, chi avrebbe 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 49 



potuto ^ ai curiosi spettatori descrivere minutamente 
la morte di Cesare? Uno schiavo sarebbe parso inde- 
gno. Il Voltaire, che pose come unica scena della sua 
tragedia il Campidoglio, finge che si sentano dal di 
dentro (« derrière le théatre », egli scrive) le grida dei 
congiurati, che pugnalano il tiranno, e poi venga fuori 
Cassio coir arma insanguinata in mano; ma si può 
affermare che del luogo si riesca ad avere in tanta 
indeterminatezza un'idea chiara? Fatto sta, che con 
quell'unica scena il Voltaire ci s'imbroglia anche lui, 
perché fa dire a Cassio, quando si ordisce la con- 
giura : « ne balauQons donc plus, courons au Capitole », 
come se coi compagni non si trovasse sul Campido- 
glio. Anche nel Voltaire, dopo l'uccisione di Cesare, 
sì- presenta Antonio; lo precede, però, Cassio, il quale 
avverte il popolo di non credere a quanto dirà quel 
servo del tiranno. Ma se Cassio teme che Antonio 
guasti l'opera dei congiurati, perché non toglierlo di 
mezzo, non vietargli almeno di parlare ? Innamorato 
della stupenda scena dello Shakespeare, in cui Antonio, 
con un abilissimo discorso * riesce ad aizzare il po- 
polo contro gli uccisori di Cesare, il Voltaire vuole 
appropriarsela, ma finisce per sciuparla. Antonio nella 



* Il Quadrio (op. cit., voi. Ili, p. 187) osserva, che il Conti, 
4L volendo in un solo Atrio far saccedere ogni scena, fa venire 
Antonio a recar la morte di Cesare, mentre persona non ha ivi, 
a cui debba annunziarla». Ma non c'erano Dolabella e Cotta? 
Il Quadrio continua: < io ho udito questo valente poeta a riprovar 
6gli stesso molte cose in questa sua Opera; e so, che pensava h 
fame una nuova edizione con darla fbori riformata, e corretta ». 

* 11 Cesarotti scrive: «Appiano ci lasciò un abbozzo di 
questo discorso, ma Shakespeare Tha trattato con tanta eccel- 
lenza, che può passarne per inventore ». Non sappiamo, se lo 
Shakespeare leggesse mai Appiano; certo è, che il discorso, che 

COLAOBOSSO 4 



s i 



50 LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 



tragedia inglese parla al popolo, ma dopo essersi ami- 
cati i congiurati, dopo aver ricevuto da Bruto il per- 
messo di parlare: Cassio (lo Shakespeare non dimen- 
tica Plutarco, come il Voltaire) si oppose vivamente 
a questo permesso, anzi per lui Antonio avrebbe do- 
vuto far la fine di Cesare. Col far parlare Cassio al 
popolo, il Voltaire non osserva quella che abbiamo 
chiamata logica degli avvenimenti : se in Bruto, som- 
mamente venerato e amato, il popolo aveva fiducia, a 
lui toccava parlare pili che a Cassio, che nella con- 
giura, quale la immagina il tragico francese, occupa 
il secondo posto. Lo Shakespeare fa in scena parlare 
Bruto, non Cassio. Il Cesarotti osserva, che per il Vol- 
taire il far comparire Bruto in pubblico, dopo l'ucci- 
sione di Cesare, « sarebbe stato un insultar la natura, 



lo storico fa recitare ad Antonio, non ha alcuna somiglianza con 
quello del poeta inglese. 

Il Cesarotti osserva che nel Voltaire il popolo, al discorso di 
Antonio, si va cambiando con gradazione, mentre nello Shake- 
speare, dopo le prime parole del console, si cambia troppo facil- 
mente, e « si accende per modo, che riguardo al suo fine, quasi 
la metà della parlata divien superflua ». Non è vero che nello 
Shakespeare il popolo si cambia troppo facilmente: prima di tutto 
il popolo non comincia a pronunziare i suoi giudizi se non dopo 
una parlata non breve di Antonio, il quale, mentre non vuol met- 
tere in dubbio T onoratezza di Bruto, sa abilmente scagionar Ce- 
sare da ogni accusa, con cui quegli nel suo discorso ha cercato 
d^ offenderne la memoria; e i giudizi del popolo accennano si a 
un mutamento, che la sua coscienza va subendo, ma intero si ha 
il mutamento solo allora che Antonio con fìnta reticenza legge il 
testamento del dittatore. Il Cesarotti osserva pure, che « il corpo 
di Cesare, che nella tragedia francese comparisce air improvviso, 
quando gli animi sono già preparati, è come un colpo di riserva, 
che trionfa d^ ogni ostacolo, ed assicura la vittoria ad Antonio: 
nell'inglese il cadavere di Cesare esposto sin dal principio della 
scena vi resta qualche tempo ozioso, e non fa il principal effetto ». 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 51 

dopo averla sacrificata »: « Bruto in lontananza è an- 
cora un eroe, avvicinato agli occhi diventa l'uccisore 
del padre ». Ma se Bruto era propriamente convinto 
d'aver compiuto un dovere, il Voltaire cade in una 
inconseguenza col toglierlo dalla scena allora che, 
arringando il popolo, egli avrebbe potuto mostrare, 
quanto cara gli era stata la libertà della patria. Bruto 
che si nasconde, non è un eroe, ma piuttosto un de- 
linquente, che la coscienza del misfatto punge e per- 
segue. 

Air Alfieri sapeva male negare agli spettatori il 
gusto di veder Cesare cadere sotto i colpi dei congiu- 
rati, e non si fece scrupolo di violare V unità di luogo, 
trasferendo la scena dal Tempio della Concordia alla 
Curia di Pompeo. Se i tiranni dovevano morire sul 



Lo Shakespeare non ha nessuna colpa: U corpo fu veramente por- 
tato alla presenza del popolo prima che Antonio desse principio 
al suo elogio, e il poeta non credette, dilungandosi dal vero, di 
rifare la storia. 

Nel Voltaire Antonio, prima d'informare il popolo della su- 
prema Tolontà del dittatore, gli svela che Bruto è figlio di Ce- 
sare. Il popolo esce in un Ah! Dieux!; e quando apprende, che 
Cesare, morendo, lo chiamò figlio ( « mon fils ! disait-il », scrive 
il Voltaire; lo Shakespeare pone in bocca a Cesare le parole la- 
tine: « Et tu, Brute»), esclama indignato: « monstre que les 
dieux devaient exterminer avant ce coup affreux! » Che il popolo 
inorridisse al sentire che uno dei congiurati era stato da Cesare 
fatto erede di una parte dei suoi beni, è storico, ma quel congiu- 
rato non è il nostro Bruto, sibbene Decimo Bruto. Appiano cosi 
racconta (Romanarum historiarum de hellis civilihus lib. II, tra- 
duzione latina del testo di Amsterdam, 1670) : « Sed maxime mi- 
seratìonem movit, quod Decimus Brutus Inter secundos haeredes 
scriptus erat filius. Solent enim Romani alteros haeredes ascri- 
bere, si forte contingat priores haereditatem non adire. Id vero 
ut nefarium facinus omnes exhorruerunt, coniurasse in Caesaris 
caput eum qui adoptatus sit in filium ». 



52 LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 



palcoscenico, non era giusto che Cesare facesse ecce- 
zione: d'altra parte, T Alfieri comprendeva benissimo 
che la scena dei congiurati avventantisi a Cesare coi 
ferri era di grande efi*etto, tanto pili che tra quelli 
e' era il figlio, sordo ad ogni voce del cuore per de- 
vozione alla patria, e renunziarci per Punita di luogo 
era sacrificar troppo ad una regola, che allora gli 
dovè parere più che mai arbitraria. Bruto non ferisce, 
ma rimane immobile coir arma in alto: il vederla tin- 
gere di sangue paterno sarebbe stato spettacolo troppo 
atroce. ^ L'Alfieri ebbe il buon senso di far parlare al 
popolo Bruto non Cassio, che si perde tra gli altri 
congiurati. Essendosi proposto di ricavar dalla trage- 
dia « un giusto e immenso amore di libertà », egli non 
la termina coli' arringa di Antonio in lode e favore 
del morto Cesare, come fa il Voltaire, il quale viene 
a conseguire V effetto contrario. Non senza ragione la 



1 Certamente, in questo punto più che mai, l'attore deve ve- 
nire in aiuto del poeta, e col jjesto e coli' atteggiamento rappre- 
sentare il terribile stato d'animo di Bruto, che non può pronun- 
ziare se non poche parole. 

Quando i congiurati corrono addosso a Cesare, e lo trafig- 
gono. Bruto dice: «E ch'io sol ferir noi possa?....» 11 Carmignaui 
nella sua Dissertazione accademica sulle tragedie delV Alfieri cre- 
dette che Bruto pronunziasse quelle parole con voce non di uomo 
ma di furia, perché non potevasi « accostar per fare il suo colpo », 
e osservò: « che essendo addosso a Cesare, e pugnalandolo, Brato 
gridi di voler ferire, per il sol piacer di ferire, questo è un orrore, 
di cui la natura umana non è stata capace mai, e che le scene 
non hanno ancor visto ». Il granchio preso dal critico era grosso, 
ma in una delle giunte alla seconda edizione del suo scritto, 
(p. 116, Firenze MDCCCYII) egli ritirò lo sproposito, concedendo, 
in una nota, « che Bruto si dolga di non poter ferir Cesare, non 
perché fino a lui giunger non possa, ma perché pensa disdirsi a 
un figlio di uccider suo padre ». 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 53 



trag'edia italiana s' intitola Bruto secondo, e quella 
francese La morte di Cesare. ^ 

Oltre dell'unità di luogo, un'altra ragione vietava 
al nostro abate di far morire Cesare sulla scena, il 
credere cioè che non stesse bene porre sotto gli occhi 
degli spettatori un fatto atroce. Il Gravina aveva scrit- 
to: «Avvengono ancora nelle favole delle morti, sve- 
nimenti, duelli e cose simili, le quali debbono per re- 
lazione agli orecchi, non per vista agli occhi venire: 
si perché la vista delle cose atroci offende troppo V in- 
terno senso ; si perché non si possono portare a tanta 
naturalezza e verisimilitudine, che non riescano freddi, 
per essere apparente la finzione; si alla fine perché 
non è fatta dalle parole: dalle quali per via degli 
orecchi possiamo concepire quel che agli occhi si pre- 
senta ». * Le tre ragioni addotte dal Gravina non reg- 
gono, e e' è proprio da meravigliarsi, come un ingegno 
tanto acuto le avesse reputate buone. Che i fatti atroci 



i II Cesarotti osserva che, siccome il discorso di Antonio 
tende a destare la compassione per Cesare, il Voltaire, che s'era 
proposto un fine diverso, <c ebbe la delicata avvertenza di por 
l'antidoto accanto al veleno cosi innanzi, come dopo. Poiché prima 
Cassio previene il popolo e lo avverte a diffidarsi degli artifizi 
d'Antonio, e poscia quando il discorso ottenne il suo efl'etto, An- 
tonio, rivolgendosi a Dolabella lo stimola ad unirsi con lui e a 
tentar di succedere a Cesare col pretesto di vendicarlo ». Non 
pare che regga l'osservazione del Cesarotti. La compassione per 
Cesare non si evita né colle parole di Cassio, le quali pronun- 
ziate da un congiurato, da un interessato nella causa, non pos- 
sono aver gran peso, né colle parole di Antonio, perché, se mai, 
esse suonano biasimo per chi le dice, per chi, osando di credersi 
un novello Cesare, vuole succedergli nell' autorità. 11 pretesto dì 
vendetta non è espresso da Antonio, né si può vedere nel francese 
<c en courant le venger ». 

2 Vedi nelle Prose cit. il cap. XIII del libro sulla Tragedia. 



54 LA PEIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 



possano offendere T interno senso, nessuno lo nega, ma 
bisogna misurare un po' codesta atrocità, e distinguere 
fatto da fatto: il Gravina, cosa singolare, mette tra i 
fatti atroci financo gli svenimenti e i duelli. Dire poi 
che i fatti atroci non si possono rappresentare con 
tanta naturalezza e verisimiglianza, che non riescano 
freddi, è voler negare all'ingegno di un poeta, senza 
averne diritto, la capacità di ben immaginare. Col- 
r asserire, in fine, che non è imitazione poetica quella 
che non è fatta dalle parole, il Gravina abolirebbe 
addirittura la poesia drammatica o rappresentativa, la 
quale è quella che è, perché fa succedere sulla scena 
più che non esponga alla vista colle parole. Del resto 
la teoria del Gravina ^ il nostro abate non segue che 
in parte. Chi colla sua paragona le tragedie del Vol- 
taire e deir Alfieri, vede subito che in queste l'azione 
è povera, molto si parla, ma poco si agisce, la con- 
giura si mena a termine senza che incontri ostacoli, 
senza palpiti e dubbiezze dei congiuratori; nell' altra 



1 II Cesarotti nel suo Bagionamento sul diletto della tra- 
gedia ha delle buone osservazioni intorno alle cose che possono, 
oppur no, essere rappresentate sulla scena. Conchìude così : € se 
la vista del fatto terribile o compassionevole non contiene nulla 
di sozzo e di vile, snella è necessaria al compimento deir azione, 
se accresce T interesse, se giova a render pili importante la mas- 
sima della tragedia, s' è desiderata dallo spettatore, se una nar- 
razione messa in suo luogo riuscirebbe fredda, poco naturale, e 
noiosa, i tragici fauno egregiamente a consultar in questo punto, 
come negli altri, più la ragione e l' esperienza che Tautorità. 
Tutto è narrazione appresso i Greci, tutto azione appresso gl'In- 
glesi; non è proprio che degli spiriti d'un gusto delicatissimo, e 
dì un giudizio assai fino di sfuggire ugualmente il difetto degli 
uni e degli altri, e distinguer con precisione quali fatti debbano 
nascondersi intieramente, quali intieramente mostrarsi, e quali in 
parte esporli alla vista, in parte rimetterli air immaginazione ». 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 55 



pili sono i personaggi, e più operano sulla scena, due 
donne riescono colle ansie del loro cuore se non a 
inviluppare l'azione, a imprimerle certo maggior moto, 
e la congiura minaccia ogni tanto di fallire. S'intende, 
che lo Shakespeare col suo esempio dovè rimorchiare 
il nostro abate, ma se si riflette che avrebbe potuto 
trarre a sé anche il Voltaire e l'Alfieri, e questi resi- 
stettero, impicciolendo, che è peggio, coli' agnizione tra 
padre e figlio, uno dei più grandi fatti della storia 
romana, il merito del nostro abate cresce non poco. 
Curioso è, poi, che tra lo Shaskespeare e il Conti da 
una parte, ai quali avrebbe pur potuto volgere il suo 
sguardo, e il Voltaire dall'altra, l'Alfieri imiti il 
^ francese nato plebeo, e sottoscrittosi nelle sue firme 
per lo spazio di settanta o più anni: Voltaire genti- 
luomo ordinario del re »! ^ Come l'Alfieri si augurava, 
il tempo ha dimostrato, che il bel soggetto dramma- 
tico della storia romana si addiceva meglio a lui che 
a un Voltaire, ma il francese nato plebeo, fornendo 
al nobile italiano gli elementi principali della tra- 
gedia, ebbe vendetta allegra del superbo disprezzo, 
onde quegli lo colpiva. ^ 

1 Son parole dell'Alfieri, che nella sua Vita (cap. XVI del- 
l'epoca IV) racconta come al sentire dalla sua donna che le era 
^sommamente piaciuta una recita del Bruto del Voltaire, gli si 
riempi istantaneamente di una rapida e disdegnosa emulazione si 
il cuore che la mente, e fece tutt' e due i Bruti. 

* Si possono fare altri confronti fra le due tragedie. In amen- 
due Cesare si raccomanda ad Antonio per riuscire a domar l'animo 
fiero di Bruto. La prima scena dell'atto UE nel Voltaire si ri- 
scontra colla prima dell'atto IV dell'Alfieri, se non che in questo, 
invece di tutti i congiurati, soltanto Cassio e Cimbro aspettano 
Bruto. Nell'una e nell'altra tragedia Bruto, che ha rivelato ai 
congiurati d'esser figlio di Cesare, accarezza ancora la speranza 
dì poter mutare il tiranno e attende da questo un' ultima prova. 



56 LA PKIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 



Il Conti s'era proposto di rappresentare un'azione 
vera, di fare una tragedia storica: ma per quanta 
buona volontà avesse, ci poteva riuscire ? Le due unità 
di tempo e di luogo gli toglievano la libertà, che gli 
era necessaria per dare ai fatti il loro sviluppo na- 
turale, per seguire i personaggi storici nei diversi mo- 
menti del loro operare e spiarne i pensieri, i senti- 
menti. Le due unità sono il letto di Procuste, su cui 
il poeta adagia i fatti: le storpiature da questi subite 
egli cercherà di celare con mezzi suggeritigli dalla 
fantasia, ma invano, che sarebbe come pretendere di 
far passare per uomo sano di membra chi ha una 
gamba di legno o qualche altra parte del corpo po- 
sticcia. 11 Manzoni chiama storico il sistema dramma- 
tico che abolisce le due unità, e dimostra da par sua 
che esse malamente obbligano il poeta a creare, men- 
tre i fatti son li che aspettano eh' egli vi metta su 
la mano, pronti nella loro verità a scuotere T animo- 
altrui più che non possa qualsiasi trovata fantastica. 
La parola creare, osserva il Manzoni, si prende ordi- 
nariamente in un senso molto volgare, che non è il 
giusto e proprio: crea veramente il poeta, quando non 
si ribella alla storia, ma se ne fa interprete, e rappre- 
senta i fatti e i caratteri degli uomini quali realmente 
sono stati. La storia espone il lato esteriore degli av* 
venimenti, ciò che hanno , operato gli uomini: il di 
dentro, per cosi dire, degli avvenimenti, i pensieri 
degli uomini che vi hanno avuto parte, le loro inten- 
zioni, i secreti giudizi che li han guidati, il tumulto 



prima di procedere aU' accisioDe. È bene pure notare, che rivelata 
la sua nascita, Bruto nel Voltaire chiede agli amici che cosa 
debba fare, mentre neir Alfieri non ha bisogno di esortazione al- 
cuna per anteporre al suo genitore la patria. 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 57 

delle passioni, i contrasti della volontà nello svolgersi 
dell'azione, ecco il mondo ignoto, che il poeta ci deve 
scoprire, e non è in grado di scoprirci, se non è do- 
tato dì fantasia e immaginazione potenti. Compito suo 
è ridar vita ai personaggi, ricostruire i loro discorsi, 
far palpitare i loro cuori, svolgere una sequela di fatti 
cosi bene ordinati da trasportarvi in mezzo lo spet- 
tatore e farlo vivere nel passato, rendere insomma alla 
storia la parte perduta. ^ 

La storia viva non si ha nel nostro abate, in cui 
scarsa era la facoltà immaginativa, per quanto grande 
l'erudizione, ma nel poeta inglese, che ebbe agili e 
larghi i voli della fantasia, pronto e acuto l'intuito di 
psicologo. Non manca nel Conti il contrasto che vera- 
mente e' era, tra l' indole di Bruto e quella di Cassio, 
ma sono tutte e due esagerate, e Bruto da meditativo e 



^ Il Manzoni, nel suo celebre discorso Del romanzo stoi'ico 
€j in genere, de^ componimenti misti di storia e d' invenzione^ in- 
volge in una stessa condanna il romanzo storico, il poema epico 
e la tragedia storica. Riconosce per altro che gV inconvenienti, 
che nascono neUa tragedia storica, differiscono, e nel modo e nel 
grado, da quelli dell' epopea, perché, mentre T epopea adopera « un 
i strumento medesimo e per la storia e per T invenzione, quale è 
il racconto », nella tragedia « è sempre la poesia che parla », e 
« la storia se ne sta materialmente di fuori ». La tragedia può, 
meglio del poema epico, schermirsi della storia, ma questa, an- 
che di fuori, « riesce a farsi sentire e a far valere le sue pre- 
tensioni ». 

Non vogliamo qui discutere T opinione del Manzoni: con una 
certa larghezza ciò ha fatto il Cestaro in un beir articolo sulla 
Storia nei Promessi Sposi {Nuova Antologia, fase, del 1° maggio 
'92). Il Manzoni vuole l'opera d'arte tutta d'un pezzo, tale che 
non abbia il lettore a distinguervi il vero positivo dalle cose in- 
ventate, né vi si richiedano due assentimenti, storico l'uno, poe- 
tico l'altro. Veramente negare all'opera d'arte l'elemento storico, 
dichiarando falso ogni intreccio di vero e di fantastico, è scac- 



58 LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 

mite diventa debole, fiacco, e violento, temerario Cassio. 
Un sintomo del difetto d'arte nella rappresentazione 
d'un carattere è appunto il vederne dominare, solle- 
vata oltre il segno, la dote principale che lo distingue, 
e ritrarsi e sparire le altre secondarie, delle quali 
invece bisogna tener molto conto, perché sono come 
nella produzione d'un suono le cosi detlte armoniche, 
che, dandogli un .timbro speciale, ne modificano la 
natura. Bruto è uno stoico, ma non ha il carattere duro 
e alquanto feroce, proprio di que' filosofi; ^ umano, pie- 
toso, di facile sensibilità ha pur viva e profonda co- 
scienza de' suoi doveri, e da un momento all'altro il 
filosofo può mutarsi in uomo d'azione. I suoi miti sen- 
timenti non s'accordano col dovere che gì' impone la 
libertà pericolante; riflette, medita, ma non dà di se 
lo spettacolo compassionevole di Amleto trascinantesi 
faticosamente di dubbio in dubbio, e deve contenersi 



ciarla da un campo, iu cui essa ha sempre mietuto largamente. 
Quella illusione, che il Manzoni in astratto dice che non si può 
conseguire dai componimenti misti di storia e d'invenzione, col 
fatto è stata ed è l'effetto di parecchie grandi opere d'arte, 
nelle quali il poeta ha saputo tessere cosi bene la sua tela da 
non lasciarvi distinguere la diversità delle fila, e il lettore, tra- 
scinato dalla viva rappresentazione delle cose, non ha tempo né 
agio di separare quanto possa essere realmente accaduto, da ciò 
che è immaginario. Il ragionamento del Manzoni è una stupenda 
esercitazione astratta d'ingegno sottilissimo, alla quale contradice 
il caso pratico di questa o quella opera d'arte. Falso è il ro- 
manzo storico, sostiene il Manzoni; ma chi oserebbe dire che falso 
è il romanzo dei Promessi Sposi F 

Sull'elemento storico nella tragedia discorre il Lessing nella 
Drammaturgia di Amburgo (p. 117 e segg., e p. 155 e segg. della 
traduzione francese, Parigi, 1873). 

1 Vedi MÉziÈRES, Shalcespeare, ses oeuires et ses critiques, 
p. 436, Paris, 1892. 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 59 



dentro certi limiti il paragone, che si è voluto fare 
tra il romano antico e il principe danese. Il Conti è 
più nel vero rappresentando Cesare, e si scosta, come 
aveva già fatto il Buckingham, dallo Shakespeare, la 
cui creazione è, per questa parte, frettolosa e inade- 
guata. Parrebbe, che il tragico inglese, tutto intento 
a ritrarre i due congiurati, e specialmente Bruto, vo- 
lesse più che il Cesare reale, mostrarci il dittatore ar- 
rogante, quale apparisce agli occhi de' liberali romani, 
e giustificare la congiura ; e alla verità del personag- 
gio rimedia tardi, e forse non più in tempo, col me- 
raviglioso elogio funebre, che fa pronunziare ad An- 
tonio. Simile a quello del Conti è il Cesare del Vol- 
taire: coraggioso, magnanimo, egli non si circondadi 
una guardia fedele, che avrebbe potuto formare dei 
suoi veterani, e sordo alle pietose parole di una donna, 
ai presagi e agli amichevoli consigli va solo al senato, 
dove il suo disprezzo della morte risalta tra i pugnali 
di fanatici repubblicani, che profittano della fiducia 
del loro benefattore per tradirlo. Né il Conti, né il 
Voltaire, per altro, sanno raffigurare i fatti nel loro 
storico, reale svolgimento, come riesce allo Shake- 
speare; meno del Conti il Voltaire, il quale del sospetto, 
che Bruto sia figlio di Cesare, fa il nodo della tra- 
gedia. ^ 

Lo Shakespeare, che dà la maggiore importanza ai 
congiurati, si tiene stretto a Plutarco: leggete prima 
lo storico e poi il poeta, e v'accorgerete subito che 
questi ha sceneggiata la vita di Bruto, volgendo mi- 
rabilmente in dramma il racconto. Forse non e' e scena 



* «La grande lutte du sénat coutre l'empire se cache daus 
un parricide » dice, il Villemain (Conrs de ìittératnre fran^aise^ 
t. I«s p. 228, Paris, 1841). 



60 LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 

nello Shakespeare, che non abbia il suo accenno in 
Plutarco; dal seme che lo storico ha gettato in una 
sua pagina, è nato rigoglioso il fiore del poeta. La 
tenera scena di Bruto e Porzia è abbozzata da Plu- 
tarco, che mostra qualità drammatiche notabili : lo 
Shakespeare la compie circondandola di tutta la soa- 
vità, che spira la virtù coniugale, e dà alla rappre- 
sentazione tale apparenza di verità da lasciarsi di 
molto indietro lo storico. ^ Se Plutarco riferisce delle 
parole notevoli di qualche personaggio, lo Shakespeare 
le raccoglie, e come pietre preziose le incastona in 
questa o quella scena, dove conseguono tutto il loro 
effetto. Il poeta insomma, pigliando di mano allo sto- 
rico tutte le fila spezzate, le rannoda, e ritesse intera 
la trama dei fatti. 

Lo Shakespeare dispiega, nello sceneggiare Plu- 
tarco, tanta potenza di fantasia, quanta forse non glie 
ne sarebbe occorsa per inventar ogni cosa di pianta, 
e rappresentandoci la congiura, induce a credere fer- 
mamente che le cose succedessero proprio a quel modo. 
Il nostro abate nelle pagine di Suetonio, di Dione, di 
Plutarco non seppe rintracciar la vita dei personaggi 
e tutti i sottintesi degli avvenimenti, e la sua tragedia 



1 E. RossEEUw Saint-Hilaire nel suo Jìiles Cesar (Cours pro- 
fesse à la Sorbonne en 1844 et 1803) scriveva: <c Jalouse {Por- 
eia) de tout partager avec soii mari, elle ne veut pas Otre tenue 
à r écart de son dessein, qu*elle a soup^onné. Fille et femme de 
stoiciens, elle veut s'aguerrir h la doulcnr, et se blease profon- 
dément à la cuisse, ponr s^essayer elle meme, et raontrer à son 
mari ce qu'elle peut supporter. Ce n*est pas dans Plutarque, c'est 
dans Shakespeare qu'il faut lire cette scène touchante, noble et 
Saint idéal où les teudresses de Tépouse se melent à T energie 
de la matrone romnine, compagne des desseins et des dangers 
de son mari ! » 



LA PRIMA TRAGEDIA DI ANTONIO CONTI 61 

non produce in noi quella illusione, che è, come dice 
il Manzoni, lo sforzo e il premio dell'arte. ^ 



1 La tragedia del Conti ha un prologo e alla fine di ogni atto, 
eccettuato il quinto, un coro. «Il prologo, scrive T abate nella 
sua lettera al Bentivoglio, è fatto ad imitazione di quello del- 
l'ombra di Polidoro d'Euripide, ed espone il suggetto e l'ordine 
deir azione»: parla l'ombra di Pompeo. I cori sono tratti dalla 
materia dell'atto, e sono cantati « non dalle genti, che restano 
sempre nel teatro » non ammettendone l'autore, ma «da quelle 
che seguono gli attori dell'ultima scena d'ogni atto ». Cosi, « alla 
fine del primo Dolabella è seguito da coloro, che fuggirono al 
castigo de' Tribuni : alla fine del secondo e del terzo Cassio e 
Albino sono seguiti da alcuni congiurati; ed alla fine del quarto 
Antonio è seguito da' Sacerdoti di Cesare, de' quali egli era Capo ». 
In principio questi cori mancavano alla tragedia; l'autore li ag- 
giunse dopo, ad esortazione anche del Martello, il quale li credeva 
necessari alla perfezione dell'opera. Potè anche ricordarsi del 
Buckingham, che introdusse i cori nelle sue tragedie, e volle che 
fossero cantati, tra un atto e l'altro, invece degli usuali inter- 
mezzi musicali. 



Biblioteca Critiea della Letteratura Italiana 

direUa da FRANCESCO TORRACA 



Volumi pubblicati 

1. GIESEBRECHT GUGLIELMO, Dell' istruzione In Italia 

nei primi secoli del Medio Evo, traduz. di C. Pascal. L. 1, 20 

2. OZANAM ANTON FEDERICO, Le Scuole e r Istruzione 

In Italia nel Medio Evo, traduzione di G. Z. L . . . » 1, 00 

3. CAPASSO BARTOLOMMEO, Sui Diurnali di Matteo da 

Giovenazzo, nuova edìz. riveduta e accresciuta dall'A. » 1, 20 

4. ZENATTI ALBINO, Arrigo Testa e i primordi della lirica 

italiana, nuova ediz. riveduta e accresciuta dairA. . » 1, 00 

5. PARIS GASTON, I racconti orientali nella letteratura fran- 

cese, traduz. di M. Menghinì autorizzata dalPA. . . » 0, 80 

6. SAINTE-BEUVE, Fauriel e Manzoni — Leopardi. . . »1, 30 

7. CARLYLE TOMMASO, Dante e Shalcespeare . ...» 0, 60 

8. PARIS GASTON, La leggenda di Saladino » l, 00 

9. CAPASSO BARTOLOMMEO, Ancora i Diurnali di Mat- 

teo da Giovenazzo » i), r>o 

10. CAMPORI GIUSEPPE, Notizie per la vita di L. Ariosto. > 1, 20 

11. CARDUCCI GIOSUÈ, Su l'Aminta di T. Tasso. Saggi 

tre. Con una Pastorale inedita di G. B. Giraldì Cintliio. > 1, 20 

12. CIAMPOLINI ERMANNO, La prima tragedia regolare 

della Letteratura Italiana » 0, 50 

13. CASINI TOMMASO, La giovinezza e V esìlio di Terenzio 

Mamiani > 1, 00 

14. ZUMBINI BONAVENTURA, Il Ninfale Flesolano di G. 

Boccaccio, nuova ediz. riveduta e accresciuta dall'A. > 0,50 

i5. KKRBAlCKR MICHELE, Shalcespeare e Goethe nel versi 

di .Vincenzo Monti > 0, 50 

16-17. DE AMICIS VINCENZO, L' Imitazione Latina nella 
Commedia Italiana del XVI secolo, nuova edizione rive- 
duta dair autore > 1, 20 

18. JEANROY ALFREDO, La Poesia francese in Italia nel 
periodo delle origini. Traduzione italiana riveduta dal- 
l' Autore con note e introduzione di Giorgio Rossi . > 1, 00 

19-20. BARBI MICHKLE, Notizia della vita e delle opere di 

Francesco Bracciolini » 1, 40 

21. COLAGROSSO FRANCESCO, La prima tragedia di An- 
tonio Conti. Nuova edizione accresciuta » 0, CO 

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SALVIGLI GIUSEPPE, L' istruzione pubblica in Italia nei secoli 
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